(di Claudio Meloni*) Non è un giallo, ma molto più semplicemente un prodotto della nouvelle vague franceschiniana e il colpevole è certo, come pure il movente. Il colpevole è il DM Musei, con quella sua strana previsione di assegnazione a Poli Museali e Musei autonomi di alcune prestigiose Biblioteche (la BIASA, la Braidense, la Estense e, da ultimo, la Palatina).

Assegnazione a metà, il decreto si affrettava a precisare. Per salvaguardare l’autonomia tecnico-scientifica della Biblioteche assegnate il decreto prevedeva una sorta di testa bicefala, da un lato la DG Biblioteche, competente, ça va sans dire, sul patrimonio bibliografico, e dall’altro la DG Musei, titolare di competenze sulla valorizzazione dell’intero sito monumentale nel cui ambito operano le Biblioteche oggetto delle attenzioni improprie della riforma. Insomma uno di quei matrimoni impossibili da realizzare nel mondo della burocrazia statale, nel quale uno dei due soggetti è destinato a soccombere.

Cosa regolarmente avvenuta e la vittima predestinata, manco a dirlo, è la povera DG Biblioteche, costretta ad una precipitosa e poco onorevole ritirata a seguito di una sfilza di pareri dell’Ufficio Legislativo, seguiti a ruota da indicazioni operativa da parte di Segretariato Generale e Direzioni Generali, che di fatto hanno sancito una completa annessione delle Biblioteche interessate al sistema museale. E lo hanno fatto intervenendo esattamente rispetto alle competenze tecnico/scientifiche che dovevano garantire l’autonomia delle Biblioteche sui processi di tutela e conservazione del patrimonio bibliografico posseduto.

Il funzionario direttore è stato privato di ogni potere di spesa e al dirigente spettano le autorizzazioni in materia di acquisizioni, prestito ed esportazioni delle opere bibliografiche. Il dirigente può intervenire persino sulla ricollocazione del patrimonio e sul sistema di catalogazione e digitalizzazione utilizzato. In sostanza si riduce la Biblioteca ad una articolazione organizzativa del Museo a cui è stata aggregata e i poteri di tutela sul patrimonio vengono di fatto sottratti ai funzionari bibliotecari. Altrimenti qualcuno ci spieghi che cosa è l’autonomia tecnicoscientifica e, visto che ci troviamo, ci spieghi meglio questa curiosa applicazione della polivalenza funzionale che vede dirigenti storici dell’arte formulare pareri vincolanti sul patrimonio bibliografico. Tutto in nome della valorizzazione tramite non meglio evidenziati progetti culturali che come primo effetto stanno producendo la sparizione dalla toponomastica ministeriale di Biblioteche storiche che pure avevano resistito a ben altri sommovimenti nel passato.

Così è successo per la Biblioteca Estense Universitaria di Modena, più prosaicamente inserita nelle Gallerie Estensi e per la BIASA, sparita nel Polo Museale Laziale, senza alcuna considerazione nemmeno per il brand, che di solito è il primo elemento da valorizzare. È così succederà anche alle altre, man mano che il processo di fagocitazione organizzativa andrà avanti. E che in alcuni casi comporterà anche audaci riassetti logistici, magari per far spazio a ristoranti, ormai immaginati un po’ dappertutto come il segnale del nuovo corso.

Sempre sul sistema delle Biblioteche sembra incombere la creazione dei cosiddetti poli amministrativi bibliotecari, che dovrebbero ricondurre a unicum il governo di alcune Biblioteche su base territoriale. Anche in questo caso siamo molto curiosi si capire come concretamente si attuerà questo processo, ovvero se pure per questo processo registreremo, cosa facilmente prevedibile, mere annessioni con annullamento della specificità culturale su cui storicamente si basa il nostro sistema delle Biblioteche Statali.

Un panorama desolante, quello delle Biblioteche statali, che rischiano di essere sempre più marginalizzate e che hanno pagato costi pesantissimi alle riforme, perdendo nel corso degli anni la gran parte dei dirigenti e dei finanziamenti e, con essi, la necessaria autorevolezza a proseguire in un progetto culturale che ne doveva fare punti di riferimento sulla tutela, sulla ricerca e sulle innovazioni organizzative. Nemmeno le clamorose dimissioni dei membri del Comitato Tecnico-Scientifico sono servite a smuovere le coscienze e a suscitare un dibattito ampio sulle prospettive di questo fondamentale settore. Una vicenda che si consuma nel paradosso della valorizzazione in salsa italiana, ovvero lasciando credere che il futuro di questo settore passi per una improbabile messa a reddito del patrimonio e non per un processo lungo e faticoso di rimodulazione organizzativa e dell’offerta culturale e di progetti che migliorino la fruizione e l’innovazione dei servizi connessi.

* Funzione Pubblica – CGIL Nazionale