di Fabio Grasso

Nello scorcio di questo “fottutissimo” anno (sull’onda verbale di Caravaggio verrebbe da dire), così come sul fondo del vaso di Pandora, è comparso nei giorni scorsi l’ennesimo esempio di quell’architettura “petalosa” della quale vorremmo fare a meno: i padiglioni Covid-19 progettati dall’architetto Stefano Boeri. A breve popoleranno quelle piazze italiane (anche quella celebre, rinascimentale di Pienza) già tartassate da allestimenti improbabili e improponibili per la storia di quei luoghi. Un enorme padiglione bianco, a pianta circolare, sulla cui sommità campeggia il logo fucsia di un fiore a cinque petali in forma di cuore. Una enorme caramella come evidenziato dal noto profilo social Architerror.

Alessandro Robecchi ha stigmatizzato più ampiamente tutta l’operazione: «Palazzetti, asl, stadi. I posti per vaccinare milioni di persone ci sono, ma noi costruiremo 1.500 strutture apposite, con una primula sopra “visibile dall’alto”. Grande gioia perché “Ne parla anche il New York Times”. Il vaccino contro la fuffa e il provincialismo non c’è ancora».

L’architetto Boeri è divenuto celebre in questi ultimi tempi per aver progettato e realizzato a Milano il cosiddetto “bosco verticale” ovvero un colossale monolite residenziale, quadrangolare in pianta, che fa da fondale scuro e sicuro a sporgenti, e per contrasto, chiari balconi su cui sono “piantati” alberi. Quest’ultima sarebbe un’idea originale se solo non facesse un torto di memoria a tutti coloro che in questi ultimi millenni hanno deciso di decorare i balconi e finestre con piante a cominciare dal tradizionale geranio. Una calcolata operazione più mediatica e di marketing che architettonica, quella del monolite milanese, la quale, però, trova una sua coerenza in quel diffuso immaginario collettivo costruito attraverso anni di trasmissioni come Il Grande Fratello o Uomini e Donne. Il “caramelloso” progetto dei padiglioni Covid trova terreno fertile, infatti, proprio in quel dilagante filone televisivo, a tratti elevato a pensiero unico, attraverso il quale, sempre più, si sta formando il senso critico degli spettatori. L’imparare a “saper vedere” le immgini, l’arte e, in questo caso, l’architettura non può essere abbandonato a quel “gridanciano” mondo tv.

Nonostante, però, il valore discutibile di queste architetture “petalose” è meglio, seppur paradossale, esse esistano perché dimostrino ciò che non vogliamo essere. Esistano, quindi, ma a patto che siano forniti a tutti gli antidoti culturali a ciò che esse rappresentano. Questi vaccini di cultura, in questa nuova Resistenza, possiamo trovarli solo nelle biblioteche, negli archivi, nei musei, nelle scuole, università che, ora più che mai, devono essere luoghi aperti e accessibili a tutti e gratuiti il più possibile.


Immagine in evidenza: rielaborazione grafica di Fabio Grasso