di Paola Somma

In primavera, quando è stato annunciato lo spostamento di un anno della diciassettesima Biennale di architettura di Venezia, molti hanno espresso la speranza che il rinvio venisse usato per ripensare i contenuti dell’intera esposizione.

Sono prevalse, però, le iniziative di auto celebrazione e propaganda. Durante l’estate, al padiglione centrale dei Giardini, è stata allestita la mostra intitolata “Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia”, nella quale foto, video e documenti d’archivio, relativi ai “momenti in cui il passato dell’istituzione si è intersecato agli eventi della storia globale”, avrebbero dovuto mettere in luce il “ruolo vitale che la Biennale ha assunto, anche nelle situazione più critiche” del secolo scorso. Esposti in mera successione cronologica e non accompagnati da un ragionamento critico, i documenti non consentono al visitatore di cogliere come la Biennale, non solo sia transitata indenne attraverso i successivi regimi politici, ma abbia saputo adattarvisi e trarne vantaggio. Inoltre, la mostra si ferma alla fine del Novecento e non tratta del ventennio della presidenza di Paolo Baratta, durante il quale si è realizzata la trasformazione della Biennale da ente pubblico a fondazione, finanziata con denaro pubblico e gestita da gruppi di interesse privato. Di tale periodo, infatti, ci si limita ad esporre la dichiarazione con la quale, presentando la edizione del 1999, Baratta disse: “occorrevano nuovi spazi, indispensabili premesse per un nuovo rilancio, per dare alla Biennale nuovo respiro… per questo ci siamo fatti imprenditori e abbiamo promosso e diretto il restauro e recupero di spazi nuovi, in collaborazione con istituzioni locali e nazionali, pubbliche e private”. Altro non dicono le “muse inquiete”, verosimilmente acquietate dal “Piano strategico grandi progetti beni culturali”, con cui il ministro Dario Franceschini, in agosto, ha stanziato 20 milioni di euro per un ulteriore ampliamento della Biennale all’interno dell’Arsenale.

Ora, con specifico riferimento alla prossima Biennale di Architettura, sono stati programmati cinque interventi del direttore Hashim Sarkis, che riflette sul tema della mostra “come vivremo insieme”, attraverso cinque “lenti” diverse, la prima delle quali è “il pianeta” . Il relativo podcast, “Between MOSE and Tiepolo”, è una breve, ma entusiasta, apologia del Mose come sintesi di genio ingegneresco, creatività architettonica e sensibilità ambientale.

Sarkis inizia rallegrandosi, perché “mentre i turisti delusi aspettavano l’acqua alta, il Mose ha salvato Venezia”. È una bella notizia, dice, che dimostra come l’impatto del cambiamento climatico possa essere mitigato “grazie all’immaginazione collettiva di cui il Mose è il risultato”. Il progetto, ripete più volte, è un esempio della genialità e creatività dell’ingegneria e dell’architettura “a scala geografica, a scala del pianeta”. Senza nemmeno vagamente accennare all’impatto ambientale dell’opera, Sarkis adotta, poi, una visione riduttiva dell’architettura come disegno e ci invita a vedere il “Mose come una linea orizzontale”, una sorta di “frammento di orizzonte che connette Venezia al mondo… rendendo visibile a scala locale i mutamenti che avvengono a scala planetaria”.

Se l’uso di metafore è una componente abituale della manipolazione retorica con cui molti critici d’architettura associano anche i più devastanti interventi a immagini che evocano la leggerezza – nuvole, ali, vele, piume – nella sua esaltazione del Mose, Sarkis si spinge oltre e scorge nella capacità dell’immaginazione creativa degli autori del Mose “di catturare l’universalità in forme architettoniche”, lo stesso potere della pittura di Tiepolo, le cui linee non sono semplici “cornici”, ma ci consentono di “vedere dalla terra l’intero universo”. E, “cosi come i fregi di Tiepolo sono finestre dentro il mondo, la linea gialla orizzontale del Mose incornicia l’arcipelago di Venezia e ci fa intravedere nuove frontiere, nuove possibilità per l’architettura di ripensare al futuro del pianeta”.

Per il ruolo che Sarkis ricopre e per il suo prestigio professionale, il suo intervento non può essere considerare come una estemporanea esternazione, ma va valutato tenendo conto della complessa rete di interessi e di poteri saldamente ancorati al Mose.

La Biennale e i padroni del Mose sono sempre stati in ottimi rapporti, rapporti di buon vicinato si potrebbe dire, dal momento che entrambi i gruppi si sono impegnati nella conquista dell’Arsenale di cui ora occupano una gran parte. E, in più occasioni, la Biennale ha esposto i progetti del Consorzio Venezia Nuova e dei suoi consulenti, in particolare quelli della locale università di architettura, che già nel 2004 aveva firmato con il consorzio una convenzione che prevedeva compensi per circa un milione di euro per “progetti di inserimento” e abbellimento – collinette verdi, passeggiate per ammirare il paesaggio, ristoranti, bar – subito denominati in città “le mutande d’oro del Mose”. Nel corso degli anni, il coinvolgimento dell’università non ha mancato di suscitare critiche, alle quali i vertici dello Iuav hanno sempre risposto con argomenti che richiamano la visione di Sarkis a proposito della cosiddetta “interfaccia tra ingegneria e architettura”. Nel 2018, ad esempio, il rettore dello Iuav, Alberto Ferlenga, ha così illustrato la posizione dell’università: “in mancanza di una progettazione condivisa sin dall’inizio tra architetti e ingegneri, che sarebbe stata auspicabile, la sfida progettuale è consistita nel declinare al meglio i layout ingegneristici. Questi ultimi nascevano dalla considerazione dell’intervento semplicemente come un impianto, indipendentemente dalla sua collocazione. Contro questa concezione, l’intervento di Iuav è stato, fin da subito, rivolto a far sì che l’infrastruttura non risolvesse solo i problemi primari per i quali era stata ideata, ma si trasformasse, per quanto possibile, in un’occasione per un territorio fragile e unico come quello della laguna veneziana”. Altrimenti detto, nessuno può restare insensibile di fronte al fascino della sottile linea gialla.


Fotografia di Paola Somma