Cara Emergenza Cultura,

le polemiche strumentali attizzate sulla decisione di FP CGIL, CISL FP e UIL PA di indire uno sciopero nazionale dei dipendenti pubblici il 9 dicembre non devono a mio avviso sfuggire al vero nodo rivendicativo alla base dell’agitazione. Ed è questione che riguarda da vicino la discussione sulla gestione pubblica delle politiche culturali e quale ruolo debbano avere rispetto ai modelli di sviluppo che si scelgono.

Non è più possibile continuare a discutere su una visione anacronistica ed anti storica del lavoro pubblico perché è proprio quello che legittima le resistenze al cambiamento.

I veri temi sono altri e riguardano molto da vicino il mondo dei beni e delle attività culturali, la grave crisi che attanaglia da troppi anni tutto il sistema dei servizi culturali, privato e pubblico. Crisi che si ripercuote direttamente sulle condizioni di lavoro, in un settore che più di altri ha sofferto l’impatto della pandemia, per effetto del blocco del turismo ma anche per le condizioni di degrado sempre più estremo in cui versano i settori dedicati alla tutela ed alla conservazione del patrimonio culturale e quelli dell’industria creativa e dello spettacolo. Non vale il gioco al ribasso con il quale si vuole dividere i lavoratori pubblici dagli altri additandoli all’odio sociale: il dumping contrattuale, lo sfruttamento, le basse retribuzioni e gli scarsi diritti del mercato del lavoro sono figli esattamente di questa logica di compressione degli spazi pubblici e non c’è logica compensativa che tenga. Il taglio del costo del lavoro pubblico non ha prodotto alcun beneficio al mercato del lavoro privato, anzi.

E allora discutiamo: sulla qualità delle politiche pubbliche, ad esempio. Ovvero della tendenza a nascondere sotto il tappeto di riforme altisonanti e di grande effetto mediatico la polvere delle magagne in cui si dibatte l’organizzazione dei servizi sul territorio. Non basta proliferare musei autonomi, ricomporre e scomporre in continuazione Soprintendenze, inventarsi Istituti Centrali, se poi non si è in grado di dare un organico decente, un fabbisogno adeguato, una organizzazione del lavoro confacente.

Parliamo di occupazione: nulla c’è nel disegno di legge di stabilità per i Beni Culturali. Solo la proroga fino al 2025 dell’utilizzo straordinario della società in house proprio per sopperire alle carenze interne. Una dichiarazione di resa. A fronte di un organico che attualmente registra una carenza media del 30% e che alla fine dell’anno prossimo arriverà alla metà del personale, il pacchetto assunzionale disponibile copre molto meno della metà delle carenze. Sono anni che sbandieriamo inutilmente cifre e dati sul declino. E che chiediamo un piano di assunzioni straordinario che ragioni sui fabbisogni reali, che li declini e che investa in buona occupazione, creando opportunità per i giovani ed i precari.

Parliamo di risorse: quanto si spende ancora oggi sulla cultura? E come si spende? E quale capacità organizzativa di spesa, di controllo della sua qualità hanno oggi i cicli pubblici a partire da quelli ministeriali? Ve lo diciamo noi: si spende poco, rimaniamo tra gli ultimi in Europa, si spende male, accumulando residui di bilancio proprio nelle spese di investimento sul patrimonio culturale, nessun controllo sulla qualità della spesa.

Parliamo di questione professionale: carne e sangue del lavoro nei beni culturali. Affrontare subito e non rinviare a tempi migliori una discussione sui percorsi professionali è l’urgenza che ci segnalano quotidianamente i lavoratori e gli addetti ai lavori. Occorre innovare, recepire nuove professionalità, aggiornare i contenuti professionali di quelle esistenti, definire nuovi contesti organizzativi. In un rinnovato quadro generale dell’ordinamento che solo il nuovo contratto nazionale di lavoro ci può dare.

Parliamo di innovazione: il lavoro agile è una prospettiva strategica che noi stiamo percorrendo a causa della pandemia da buoni ultimi in Europa dove già da anni si sperimentano con successo queste nuove forme organizzative. Lo vogliamo affrontare sulla base di pregiudizi oppure come una occasione di innovazione di prassi organizzative, lavorando per definire un sistema di regole certe e di diritti contrattuali?

Parliamo di salario. L’incremento medio mensile per un dipendente dei servizi pubblici nella cultura sarà inferiore a quanto percepito nell’ultimo rinnovo contrattuale, arrivato dopo 10 anni di blocco delle retribuzioni, non certo i 107 euro propagandati sommando il tutto e facendo la media dei polli, ma 70 euro lordi effettivi in busta paga. L’importo dato ai lavoratori pubblici sarà il parametro diretto dei rinnovi in alcuni contratti privati, in particolare quelli che riguardano i settori dell’indotto all’offerta dei servizi culturali. Per essere chiari: non c’è beneficio per i lavoratori privati da un aumento minore per i pubblici, avviene esattamente il contrario.

Queste sono le ragioni con le quali il nostro sciopero parla al Paese, pone una questione essenziale su quale strada si vuole intraprendere e noi il 9 dicembre sciopereremo per rivendicare queste ragioni, per rivendicare il diritto alla democrazia culturale.

Un saluto fraterno

Claudio Meloni
Coordinatore Nazionale FP CGIL MIBACT


Fotografia di FP CGIL MIBACT