di Francesca Canino

«I beni archeologici italiani costituiscono un vanto per le collezioni dei musei di tutto il mondo: alcuni sono stati acquisiti in modo legittimo, altri no. Le rivendicazioni, tuttavia, non possono essere massive né occasionali: privare simultaneamente i musei esteri di quei reperti non porterebbe alcun vantaggio culturale e non consentirebbe di provvedere adeguatamente non solo alla loro valorizzazione ma addirittura alla conservazione degli oggetti», sono le parole della sottosegretaria ai Beni culturali, Lorenza Bonaccorsi, pronunciate in Commissione cultura nelle scorse settimane per rispondere a due atti di sindacato ispettivo a firma della senatrice Margherita Corrado (M5S). Gli atti in questione intendevano sollecitare il recupero al patrimonio pubblico italiano di reperti archeologici di pregio scavati ed esportati illecitamente all’estero, per finire nelle vetrine di prestigiosi musei statunitensi.

Nel MiBACT di Franceschini (I e II), è in atto già da tempo un forte rallentamento sulle rivendicazioni e le restituzioni di reperti e opere d’arte che, frutto di scavi clandestini o di furti commessi in musei, palazzi e chiese italiani, sono stati acquistati in passato da Istituti esteri, anche dopo la ratifica della Convenzione UNESCO di Parigi del 1970 da parte degli Stati sottoscrittori.

«L’asserita mancanza di vantaggi culturali derivanti da eventuali recuperi massivi di beni rubati in Italia – dichiara la senatrice Corrado – è un capolavoro di cautele opportunistiche dietro al quale si celano, evidentemente, strategie politiche e accordi tra istituzioni che il MiBACT reputa inopportuno rendere pubblici, benché stringerli (ufficialmente o meno) sia di gran lunga più indecoroso. Inquieta specialmente la tesi che la restituzione all’Italia di detti beni causerebbe danni ai musei esteri che, è bene sottolinearlo ancora, li espongono per essersi resi rei di ricettazione, e problemi di gestione (sic) a noi che li reclamiamo. Un’autodenuncia, un’ammissione pubblica di incapacità amministrativa e politica che potrebbe sfuggire in una conversazione privata, informale, ma che messa per iscritto, declamata in una delle due commissioni parlamentari che si occupano di cultura e rivendicata orgogliosamente, persino, nel comunicato stampa inviato dalla Sottosegretaria ai media poche ore dopo la seduta, lascia basiti. A che pro vantiamo l’ormai cinquantennale esistenza del Comando Tutela Patrimonio Culturale se il titolare del dicastero da cui i Carabinieri TPC dipendono funzionalmente paventa che la loro azione possa raggiungere quello che è tuttora l’obiettivo dichiarato, cioè il contrasto ai crimini d’arte e il recupero di quanto illegalmente sottratto allo Stato e ai privati?».

Risulta davvero inspiegabile l’atteggiamento rinunciatario di Franceschini e del suo ministero dinanzi alla dispersione di antiche testimonianze aventi valore di civiltà. La tutela del patrimonio storico-artistico della Nazione, garantita costituzionalmente, non si ferma ai nostri confini, a differenza di quanto sembra credere il Ministero competente, oggi ben poco propenso a far valere le ragioni dell’Italia nella rivendicazione dei capolavori artistici che hanno lasciato il Paese illecitamente.

Rispetto e ripristino della legalità nel campo del patrimonio culturale non sembrano connotare, del resto, la linea politica del titolare del dicastero, da sempre ben più sensibile ad altre sirene, italiane ed estere. È tempo che la nostra diplomazia culturale torni ad agire ispirandosi ai principi che la guidarono negli anni in cui altri Ministri dell’area politica dell’attuale non esitarono ad anteporre l’interesse del Paese al proprio, osando persino sfidare potenza economica e peso politico dei musei statunitensi pur di non farsene sudditi.

Il ministro Franceschini mostra ancora una volta la sua personale inadeguatezza, non solo nella tutela del patrimonio culturale italiano, ma anche nel suo ruolo politico. Il riferimento è alle 54 interrogazioni indirizzategli dalla senatrice Corrado e dai colleghi co-firmatari su richieste di indagine o di chiarimento su questioni inerenti l’esportazione di reperti archeologici, nomine di dirigenti, l’affidamento a privati di edifici storici. 54 interrogazioni da ottobre 2019 ad oggi che hanno ricevuto soltanto 9 risposte.

L’impressione che in questi anni il ministro Franceschini ha dato al paese è quella di voler smantellare l’enorme patrimonio culturale italiano, con l’ausilio dei suoi stretti collaboratori. Vestigia che raccontano la nostra storia non ricevono la protezione e la valorizzazione dovuta, opere d’arte dal valore incommensurabile sono lasciate alla mercé dello straniero, dei vandali, dei tombaroli.

Moltissimi musei, biblioteche e parchi archeologici sono in stato di abbandono o ridotti a luna park e zone aperitivo, i restauri sono piaghe d’Egitto, il disinteresse e il desiderio di alienare la nostra storia sono un fatto, ahinoi, reale. A volte remunerativo. È pertanto sempre più urgente intraprendere una crociata a difesa del nostro patrimonio culturale, liberarlo dall’indifferenza e dalla pericolosità di tanti personaggi che sfortunatamente ne decidono le sorti.


Fotografia di Sailko da Wikimedia Commons