di Vittorio Emiliani

Per le elezioni per il Campidoglio e si parla, o meglio si chiacchiera, di nuovo di stadio della Roma. Ne ha parlato soprattutto la sindaca Virginia Raggi: vistasi sbarrata da mille conclamati ostacoli a Tor di Valle, idrogeologici, urbanistici, logistici, trasportistici, ha ripescato il peraltro cadente Stadio Flaminio.

Ai tifosi seri della As Roma, agli stessi investitori americani Friedkin, alla città va detto che lo stadio Flaminio di Pier Luigi Nervi non è restaurabile, può essere soltanto ricostruito. Va detto che il sito del maxi-parcheggio di via De Coubertin venne scelto per il nuovo splendido Auditorium cresciuto poi a Parco della Musica proprio nella prospettiva che quell’attività di massa non “si scontrava” con uno Stadio funzionante a poche centinaia di metri di distanza. Convivenza impossibile. In quella occasione il progettista Renzo Piano disse testualmente: «Il copriferro si è tutto arrugginito e non può venire riparato soltanto qua e là. Diventerà una grande rovina cadente, magari a parco».

Lo stesso Nervi aveva affermato che le sue opere in cemento armato potevano durare 50 anni. La famiglia Nervi difende ovviamente il vincolo posto dalle Soprintendenze sul Flaminio e però la sua sorte, come manufatto originario intendo, appare segnata da anni.

D’altronde, nel ventennio e oltre intercorso, il Parco della Musica è passato da 3 a 4 sale, ha valorizzato a fondo la cavea, può ampliarsi ancora, ma è già diventato — ante-Covid, s’intende — il primo centro di spettacolo d’Europa superando anche il Barbican Center della Grande Londra. Pur non godendo di un sistema di trasporto pubblico minimamente decoroso, non bus moderni, non un jumbo- tram, neppure i taxi che bisogna chiamare per telefono da Largo Mascagni e così via. Sembra incredibile.

Lo Stadio dell’As Roma è stato ed è l’Olimpico che non costava moltissimo (le ultime cifre che conosco, 2,5 milioni di euro circa) e ante-epidemia fruttava al bilancio della società il secondo incasso nazionale dopo l’Olimpico di Torino progettato, insediato, costruito dagli Agnelli su terreni di loro proprietà.

Ma le gestione “a distanza” di John Pallotta è stata disastrosa — come spiega bene il caporedattore del Sole- 24 Ore, Gianni Dragoni — mentre Claudio Lotito, con numeri, certo, più piccoli, e con la collaborazione di un Tare molto efficiente (sono romanista, preciso), se l’è cavata decisamente meglio: prima dell’impatto della sospensione delle gare di campionato e di coppa ci dice che il risultato netto era già in perdita per tutti: ma solo — 1,14 milioni per la Lazio, — 50,3 milioni per la Juve e addirittura — 86,7 milioni per l’As Roma. Che ha bisogno semmai di un urgente aumento di capitale. Capisco che i Friedkin aspirino ad altro, ma leggano le cronache milanesi dove si vorrebbe costruire un nuovo stadio gonfio di business, e capiranno che aria tira per questi progetti commerciali.

Fra l’altro, il vecchio San Siro è ben collegato con la città, ha grandi parcheggi, ha persino chiuso l’anello superiore (dove sembrava di vedere la partita, ricordo, come dall’aereo, e si capiva tutto però delle tattiche in campo), non è più nemmeno “disturbato” (scherzo) dal contiguo Ippodromo del Trotto traslocato a Torre Maura.

Però i comitati di quartiere e le grandi associazioni lo vogliono utilizzato quale grande parco urbano: e di autentiche foreste urbane — come reclamava Claudio Abbado per la sua Milano — hanno bisogno le nostre città se vorranno “ respirare”.


Articolo pubblicato su “la Repubblica – Roma” il 5 novembre 2020

Fotografia di MaT12Vi da Wikimedia Commons