di Adriana Pollice

Li chiamano servizi aggiuntivi ma accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni sono servizi essenziali. A Pompei sono gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso Civita cultura holding.

Gli addetti, incluso il sito di Ercolano, sono circa 60. Il lockdown l’hanno vissuto a casa in cassa integrazione: l’azienda non ha voluto anticiparla, per ora è arrivato aprile e 10 giorni di maggio. Chi ha un full time, con un mensile di circa 1.400 euro, ha incassato solo 850 euro. Il 26 maggio sono tornati al lavoro agli scavi ma solo per 5 ore al giorno su 6 giorni: «Stiamo ancora aspettando il resto della cig. Il Fondo di integrazione salariare che spetta a noi non prevede buoni pasto o premi di produzione e, per i primi mesi, niente assegni familiari – spiegano dal sindacato Cobas lavoro privato –. Molti dipendenti e le loro famiglie sono scivolati nell’indigenza e hanno contratto debiti. Quando sono stati richiamati al lavoro si sono ritrovati con un monte ore mensile (circa 50, 60 a fronte di un full time di 158) inferiore a un part time». Il risultato è che il compenso mensile è la metà e niente buoni pasto.

Questa settimana è stato aumentato l’accesso: possono entrare massimo 300 visitatori a turno, scaglionati ogni 15 minuti, da due ingressi. Salvo sconti o esenzioni, il biglietto è di 14,50 euro più 1,50 di prevendita. La prevendita on line è gestita da un altro privato, Ticket one. «I visitatori pagano, il pubblico finanzia la manutenzione, i privati incassano mentre però risparmiano sul costo del lavoro – prosegue il sindacato –. Si stanno formando lunghe file ai varchi senza condizioni di sicurezza, nonostante le prenotazioni in capo al privato. Il 13 luglio abbiamo scritto a prefettura e Commissione di garanzia per gli scioperi: chiediamo turni di 8 ore ripartiti in meno giorni, in modo da ridurre i costi di spostamento».

Sul sito del Mibact le statistiche del 2018: il totale dei visitatori a Pompei è stato di 3.649.374. L’incasso lordo da ingressi solo di audio guide è stato pari a 600.032 euro, alla Soprintendenza è andata la metà: 300.016 euro. Ma il book shop ha fatturato 968.579 euro, alla Soprintendenza solo 80.931 euro. La caffetteria 1.356.968 euro, il ristorante 1.001.794,24, andati integralmente al privato. Prenotazione e prevendita hanno fatto segnare 60.990 euro, alla Soprintendenza le briciole (3.789,70 euro). Visite guidate 69.034 euro, al pubblico 16.568 euro. Sommando, ai privati sono andati 4.057.397 euro, alla Soprintendenza meno del 10%: 401.305 euro.

«I siti come Pompei potrebbero autofinanziarsi, demandare ai privati è poco etico e poco lungimirante perché si perdono fondi che potrebbero sostenere le altre realtà – spiega Leonardo Bison dell’associazione Mi Riconosci? –. Il flusso turistico viene indirizzato su Pompei, mentre siti come Oplonti e Stabia ricevono un’attenzione minore. Viene il dubbio che sia dovuto in gran parte al fatto che a Pompei i concessionari hanno i profitti maggiori. Si tratta di privati del centro nord, ricchezza che si sposta verso un’altra area del paese».


Articolo pubblicato su “il manifesto”, 25 luglio 2020

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