di Chiara Saraceno

Sono aperte discoteche, ristoranti, spiagge e mercati, ha ripreso la movida, ma per la cultura e la ricerca la vita continua ad essere durissima. Non solo nei loro confronti le norme del distanziamento fisico e della igienizzazione sono adottate in modo più stringente che per altre attività. In molti casi si è deciso di riaprire in modo molto parziale.  Ciò è particolarmente vero per il settore che riguarda la ricerca Il lockdown, di fatto, non è ancora finito non solo per la scuola e i servizi per la prima infanzia, ma

anche per buona parte del comparto della ricerca. I laboratori e le biblioteche sono ancora chiusi o lavorano ad orario ridotto e permettendo la presenza di poche persone per volta, rendendo difficile , se non impossibile, a molti studiosi – sia nelle discipline umanistiche che in quelle scientifiche  di portare avanti le proprie ricerche. Non avviene solo nelle università. Come hanno scritto al ministro Franceschini diversi storici, in molti archivi di stato  e biblioteche nazionali non solo gli ingressi sono stati fortemente contingentati per rispettare il distanziamento fisico, ma gli orari sono stati ridotti non si capisce in base a quale logica di prevenzione. Il limitato accesso a biblioteche e laboratori si aggiunge, aggravandolo, ad altre limitazioni imposte alla ricerca in questi mesi, quali prima l’impossibilità e poi le restrizioni ai viaggi, specie all’estero. Se questa situazione colpisce tutti gli studiosi che per la loro ricerca non possono affidarsi solo alle fonti online o ai contatti a distanza, è particolarmente grave per quelli in formazione e all’inizio della carriera: laureandi, dottorandi, assegnisti, ricercatori a tempo determinato. Hanno termini di tempo entro cui devono finire il lavoro, borse e contratti che scadono, concorsi per i quali devono presentare pubblicazioni. Oltre mille dottorandi dell’Università di Roma La Sapienza hanno chiesto un incontro al Senato Accademico perché questi problemi vengano affrontati, sia sul piano organizzativo sia su quello delle scadenze. Hanno ricevuto la solidarietà della associazione nazionale dei dottorandi e dottori di ricerca, stante che si tratta di una situazione diffusa, ma ancora nessuna risposta dal Senato Accademico. Ogni università decide in base a propri criteri e risorse, senza che dal ministero dell’Università e della ricerca arrivino segnali. E’ vero che nel decreto Rilancio sono stati stanziati fondi per prolungare  di due mesi le borse di studio dei dottorandi che dovrebbero completare il loro corso quest’anno. Ma sono una briciola rispetto alla durata delle restrizioni di cui ancora non si vede la fine. Inoltre non è previsto nulla né per i loro colleghi che frequentano il dottorato senza avere la borsa di studio (un unicum nel panorama mondiale dei corsi di dottorato), né per quelli  – per lo più insegnanti – che hanno avuto il distacco per poter frequentare il dottorato e, senza proroga, dovranno tornare alle loro cattedre senza aver completato la ricerca, né per coloro che sono ancora al primo  o al secondo anno di dottorato, nonostante anche loro abbiano accumulato ritardi difficilmente recuperabili e che, nel migliore dei casi, dovranno colmare a proprie spese.

E’ noto che l’Italia investe meno in ricerca della maggior parte dei paesi sviluppati e ciò ha effetti anche sul piano della sua competitività oltre che della sostenibilità. Lo scarso investimento negli studi avanzati, come il dottorato, che ha visto diminuire le risorse negli ultimi vent’anni, ne è un piccolo, ma significativo segnale, purtroppo confermato dalla disattenzione con cui vengono affrontate le difficoltà aggiuntive poste dalla pandemia.

 

Repubblica, 18 luglio 2020

 

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