di Vezio De Lucia e Enzo Scandurra

In momenti eccezionali, e questo tempo del coronavirus lo è, bisogna avere il coraggio e la forza di elaborare un pensiero “impensabile”, di fare proposte “impensabili”. Non è un’utopia, ma il lascito dei nostri padri che, all’indomani del secondo conflitto mondiale e in una Italia coperta di rovine e macerie, seppero elaborare la Costituzione che tutt’ora ci preserva dalla barbarie. Anch’essa sembrava un’utopia.

Il discorso è urgente e necessario per l’intero Paese, ma intanto restringiamo il punto di vista al caso della capitale: Roma. Proviamo a svincolarci dalle tante questioni su cui si dibatte la classe politica locale: trasporti, sanità, smaltimento dei rifiuti, partecipate, debito pubblico e quant’altro per fare proposte che potrebbero sembrare “visionarie”, ma che i tempi drammatici rendono adeguate alla pandemia in corso.

La prima riguarda il grande patrimonio di alloggi ed edifici pubblici presenti nel nostro centro storico. Un centro storico ridotto a un simulacro di rovine senza anima, senza persone, senza incontri, uno spazio che ricorda i disegni di Piranesi. Un luogo diventato puro spazio senza più movimento. E lo spazio è il cadavere dei luoghi che diventano tali quando lo spazio è abitato, quando è abitata la sua storia che si rinnova negli incontri delle persone, nel loro ri-conoscersi; “un paesaggio” diceva Aldo Masullo “entro cui si esercita un’esemplarità intellettuale e morale, che Gramsci chiamò appunto «egemonia». La mera potenza economica, senza primato intellettuale e morale, non è egemonia ma semplice dominio”.

Proviamo a pensare come questo spazio anonimo potrebbe diventare di nuovo un luogo vivente. Ecco allora la proposta: acquisire questo grande patrimonio pubblico per trasformarlo in case popolari. Non è un’utopia. Negli anni Settanta a Bologna Pier Luigi Cervellati realizzò il piano per l’edilizia economica e popolare, proprio nel centro di Bologna. Un piano che fece letteralmente il giro del mondo e che ciononostante non fu ripreso da quasi nessun’altra amministrazione: a Roma (sindaco Giulio Carlo Argan) ci pensò l’assessore al centro storico Vittoria Calzolari a Tor di Nona e a San Paolino alla Regola; fu solo un breve inizio, poi fu sostituita nell’incarico.

La seconda proposta riguarda il superamento della contrapposizione tra città e campagna trasformando ciò che resta della sconfinata distesa agricola che circondava la città (la più vasta riserva archeologica del mondo) in un “Grande parco urbano della Campagna Romana”. Un obiettivo forte, di autentica riconversione ecologica, capace di annientare l’idea, che sta ritornando di moda, delle città luoghi “infetti”, tema che ha attraversato i secoli almeno dal Quattrocento a oggi e che Manfredo Tafuri definì come ideologia antiurbana.

Bisogna ricordare che la città è la più grande opera d’arte collettiva della specie umana. È al tempo stesso un luogo di conflitti che possono, in alcuni momenti storici, essere creativi o distruttivi. Il motto medievale secondo il quale “l’aria della città rende liberi”, ben descriveva il carattere di libertà che aleggiava negli insediamenti medievali, dove gli schiavi sottoposti al lavoro nei campi potevano diventare realmente liberi se avessero trovato lavoro in città.

E in merito al conflitto basti ricordare l’insediamento medievale che coincideva con il castello fortificato espressione di guerra o, all’opposto, la città rinascimentale espressione della classe borghese al potere ma anche luogo di intensi traffici, scambi e bellezze artistiche e architettoniche. Il filosofo Masullo sosteneva che: “nella città le diversità umane s’incontrano o si scontrano, ma infine hegelianamente si ‘ri-conoscono’, si aprono alla mediazione”. Riproporre oggi l’abbandono della città a favore della vita “sana” in campagna, ovvero riproporre la contrapposizione città-campagna è un pensiero regressivo e, in quanto tale, da respingere.

Meno che mai possiamo continuare a urbanizzare la campagna, com’è stato negli ultimi settant’anni. Dalla campagna si snodano le filiere alimentari che dovrebbero contribuire sostanzialmente alla città di sopravvivere e che oggi soddisfano il fabbisogno in percentuale irrisoria. Bisognerebbe semmai far entrare la campagna nella città ricoprendo quest’ultima di alberi, piante, spazio pubblico, come nel Progetto Fori di Antonio Cederna, con il verde che dall’Appia Antica s’innerva fino al Colosseo.

Obiettivo primario è l’azzeramento del consumo di suolo per le infinite e inutili grandi e piccole opere consentite dal disastroso e vigente piano regolatore da neutralizzare con il progetto del Grande parco urbano della Campagna Romana.


Articolo pubblicato in “il manifesto”, 16 maggio 2020

Foto di Kookay da Pixabay