di Vittorio Emiliani

Nella “grande smania” turistico-culturale di riaprire, di riavere pubblico, utenti, consumatori, rientra pure la smania per i Musei, al momento chiusi presso che in tutto il mondo per i contagi provocati dalla pandemia. Ha dovuto chiudere i battenti (“per la prima volta in 200 anni”, fanno notare con tristezza) anche la National Gallery di Londra peraltro gratuita da sempre come il British Museum. Ma in fatto di politica di “chiusure” ai contagi Boris Johnson non ha certo brillato per cui il Regno Unito è davvero nei guai.

A Parigi le Grand Louvre ha dovuto sbarrare gli accessi alla Piramide (la Francia ha deciso di prolungare lo stato d’emergenza fino al 24 luglio, per i grandi musei si deciderà a fine mese). Intanto è tutto chiuso, dall’Orangerie al Centre Pompidou. Ma in Francia nessuno si scandalizza se anche le Grand Louvre, pur col suo colossale bilancio ancora impinguato dal marchio Abu Dabi e pur col suo mega-apparato di servizi a pagamento, anche nel 2017 sia risultato passivo ed abbia avuto bisogno di 101 milioni di sovvenzione statale. Poco meno della metà di tutti gli incassi dei musei italiani… Lo sottolineo perché in Italia questa smania per la riapertura non sembra mossa tanto dalla volontà di “fare cultura” quanto dalla speranza di tornare ad incassare un po’ di soldi. Nel 2018 l’aumento dei visitatori ha portato gli incassi lordi da 193.915.765 euro (2017) a 229.360.234 (+35.444.469). Grandi cifre? No, rappresentano il 7% circa del bilancio (magro) di cui dispone il MiBACT e quindi gli addolciscono di poco la vita. Si parla di “incassi lordi” sui quali pesca molto bene l’oligopolio delle società private concessionarie di servizi museali. Fino alla fine del ‘900 non esistevano. Tutto era gestito direttamente dallo Stato e anche oggi non si capisce perché almeno il servizio di biglietteria non possa esserlo tuttora, ma ci debba essere un (grasso) profitto per i privati appaltatori. Da decenni si parla di “riforma” che non arriva mai. Nonostante i soliti severi moniti annuali della Corte dei conti.

Ma veniamo all’oggi. A parte situazioni molto speciali quali il Colosseo e Pompei, tutti i nostri Musei e le aree archeologiche sono passive. E tanto più lo saranno con queste parziali riaperture. Allora perché non far entrare gratis i visitatori? Per gli Uffizi il direttore Eike Schmidt annuncia il 18 maggio. I suoi connazionali tedeschi sono più disinvolti: l’isola dei Musei di Monaco riapre – l’ha deciso il Senato di quel Land – il 4 maggio, pure alle funzioni religiose purché con non più di 50 persone. Riprenderà anche il prestito nelle biblioteche pubbliche. Ma la Germania non sembra un buon esempio.

Per gli Uffizi si pagherà il biglietto che non era dei più economici: 20 euro a prezzo pieno e 10 quello ridotto da marzo a ottobre, 12 euro e 6 da novembre a febbraio. Più 4 euro per “saltare la fila”. Più altri euro per il Giardino di Boboli. Come altri ce ne vogliono per visitare a gruppi il Corridoio Vasariano dei ritratti. Ma Schmidt è ottimista. Gli spazi del museo garantirebbero la compresenza di 900 persone con 22 mq a testa. “Ma dovremo dimezzare il numero massimo dei visitatori. Per il taglio ci aiuterà l’algoritmo, lo stesso usato per abbattere le code e gli assembramenti fuori e dentro il museo”. I capolavori sono stati divisi per evitare la calca davanti a loro. Certo le visite guidate non potranno essere quelle di prima, gli utenti dovranno scaglionarsi. Operazione che costringerà le guide ad alzare la voce? Non è proprio lo Slow Museum di cui parla il solerte direttore il quale poi annuncia mostre su mostre. Per chi?

Questa è la domanda generale in realtà. Del turismo e di quello culturale. Il pubblico normale degli Uffizi è per metà straniero. Quello del Colosseo o dei grandi Musei romani anche di più. Chi e come arriverà dall’estero nei prossimi mesi? Chi e come dalle stesse regioni italiane essendo alcune delle più “ricche” (vedi Lombardia e Piemonte) le più colpite dal virus? Discorso che si ripropone in modo anche più drammatico per Roma e per il suo turismo low-cost. Nel quale i Cinesi formavano una componente tanto consistente quanto “veloce”, 1 giorno e mezzo. In tutta Italia poi, 3 milioni di arrivi ormai e 5 milioni di presenze.


Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 4 maggio 2020

Fotografia Clay Banks da Unsplash