di Tomaso Montanari

Anche il Museo Egizio di Torino sta lottando per sopravvivere al coronavirus. Dopo quasi due mesi di incasso zero, iniziano a far paura i 600.000 euro mensili di costi fissi: per quanto le utenze siano state ridotte del 40% e il Cura Italia stia fornendo un contributo per gli stipendi dei 55 dipendenti, il Museo non può farcela da solo. È quel che sta dicendo, con l’onestà intellettuale che lo contraddistingue, il direttore Christian Greco: “È impossibile stare dietro a queste perdite da soli, l’ultima cosa che vogliamo fare è consegnare le chiavi”. E ha anche aggiunto che, nel caso di ripartenza con tetto contingentato di ingressi, il museo potrebbe dover esser gestito con una logica da pizzeria: “Aprire al 50% non ci conviene – ha detto – se non entrano almeno 1500 visitatori al giorno siamo in perdita”. Nessuno dei soci locali della Fondazione – Regione Piemonte, Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT – può o vuole accollarsi la salvezza dell’Egizio e così Greco e la presidente della fondazione Museo Egizio, Evelina Christillin, hanno scritto due settimane fa al quinto socio – il ministero per i Beni culturali – per segnalargli una situazione di pericolo che, se dovesse prolungarsi, finirebbe per mettere a rischio la conservazione stessa degli oltre 30.000 reperti: “Stiamo lavorando per ottenere un fondo anche per i musei non statali” risponde al Fatto lo stesso ministro Franceschini. Del resto le collezioni dell’egizio rimangono inalienabile proprietà statale.

Greco è probabilmente il miglior direttore possibile dell’Egizio, e l’amministrazione della Christillin non potrebbe essere più oculata: eppure la più importante collezione di reperti egizi al mondo dopo quella del Cairo sta correndo in questi giorni un pericolo fatale. Perché?

Quando, su Twitter, ho fatto notare che è stata una pessima idea trasformare in fondazione privata un museo statale, la responsabile del marketing e comunicazione del Museo Egizio, Paola Matossi l’Orsa, mi ha risposto, piccata: “Si è mai chiesto chi conserva, restaura, studia e cura le collezioni, chi consente la migliore accessibilità possibile, chi paga gli stipendi dei dipendenti dell’Egizio, chi sostiene i progetti di ricerca? Ecco, sono quei 1500 visitatori al giorno”. In effetti me l’ero chiesto più volte (per esempio in un mio libro del 2015, Privati del patrimonio), per concludere che era sbagliato e pericoloso trasformare i musei nazionali in prodotti costretti a stare sul mercato, o a dipendere dalle oligarchie bancarie locali. Al contrario, da tutti gli ultimi ministri per i Beni culturali, la Fondazione Museo Egizio è stata raccontata come la dimostrazione che la privatizzazione dei musei è cosa buona e giusta: da Veltroni che mise le pasticciate basi giuridiche perché lo Stato si spogliasse (sia pure per 30 anni) di quello straordinario patrimonio, a Giuliano Urbani che nel 2004 fece decollare la fondazione pensando bene di assegnarne la presidenza ad Alain Elkann, a Franceschini che lo ha preso a modello per la sua riforma dei musei, non nascondendo l’intenzione di far approdare prima o poi tutti i grandi musei autonomi allo stesso destino di privatizzazione (“ancora troppo poco applicata in Italia e su cui stiamo ragionando per diversi luoghi”, dichiarava nel 2015 in visita all’Egizio). Anzi, Alberto Bonisoli (ministro per i Beni culturali del Conte 1) mi disse che, quando subentrò a Franceschini, trovò che si era pronti ad andare di fronte ai notai per far nascere le varie fondazioni. Se questa formula fosse stata applicata, poniamo, agli Uffizi (come per esempio Dario Nardella esortava a fare in un articolo uscito su Aedonnel 2003), oggi a rischiare il degrado delle collezioni e il licenziamento del personale sarebbe il più grande museo italiano.

Questo è il momento di salvare prontamente il Museo Egizio, e (quando sarà possibile) di tenerlo aperto anche in perdita (come per tutti i servizi pubblici): e siccome solo lo Stato potrà farlo, subito dopo sarà anche il momento di rivedere alla radice il modello “(perverso) del museo-azienda che (recita un documento distribuito dalla Presidenza del Consiglio e poi prontamente sconfessato) ‘deve produrre il reddito necessario a sostenere conservazione e fruizione’” (così Salvatore Settis, nel 2006). Perché per quanto amiamo fare le privatizzazioni all’italiana, spero si converrà sul fatto che non è possibile che lo Stato paghi e il privato governi. Appare oggi plasticamente chiaro perché un processo storico secolare aveva portato a concludere che i musei – come le scuole e gli ospedali, terapie intensive incluse – non possono essere lasciati in balia del mercato: il dibattito futuro non potrà che partire da questo punto fermo.


post scriptum

L’articolo(*) mi ha attirato questa scomposta serie di insulti da parte di uno dei molti che vivacchiano ritagliandosi una piccola rendita nel circo di un patrimonio culturale ridotto a carcassa da spolpare.

Davvero non varrebbe la pena di curarsene, ma c’è un passaggio del testo che dimostra la trinariciuta ottusità di chi crede nel Privato e nel Mercato come si crede nella superstizione del gatto nero o del passaggio del sale a tavola. È questo: «Ma anziché essere esclusivamente a carico di tutti noi cittadini (qualora la sua gestione, non la proprietà, fosse rimasta statale), l’emergenza per i mancati introiti dovrà essere affrontata e sostenuta dai membri del Consiglio di Amministrazione. Non vi è dubbio che gli attuali qualificati componenti sapranno agire adeguatamente e con prontezza, molto maggiore di qualsiasi ente statale».

Ripeto per gli ottusi. Prima di scrivere l’articolo ho parlato a lungo con Evelina Christillin, presidente della Fondazione del Museo Egizio, che mi ha detto che è preoccupatissima perché i quattro soci non statali della Fondazione (Regione Piemonte, Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT) non interverranno per salvare il Museo, avendo ora tutti altre priorità. E – aggiungo io – nessuno dei ricchi torinesi, dai padroni di FCA in giù, ha messo una mano in tasca per aiutare il giocattolo dell’oligarchia cittadina.

Allora ho chiesto al ministro Franceschini cosa pensa di fare lo Stato, visto che i reperti appartengono allo Stato: e il ministro mi ha scritto rispondendomi che sta cercando di ottenere dal MEF un fondo per salvare con i soldi dello Stato anche i musei non statali. Dunque, il mio ottuso insultatore non ha capito quella che Montalbano chiamerebbe «una beneamata m.»: sarà lo Stato, come sempre, a pagare. Perché i soci privati sono troppo occupati a dichiarare quanto il privato sia meglio dello Stato.

La verità è che i musei devono essere pubblici anche perché non si distruggano in casi estremi come questi. Estremi ma non impossibili: come è ovvio. Proprio come la sanità deve essere pubblica sennò finisce come in Lombardia, e nello stesso Piemonte.

Comunque, l’ottuso offenditore ha una ottima possibilità di smentirmi: inizi lui – editore privato che crede nel Privato – a donare un po’ di soldi all’Egizio. Cominciamo dalle perdite di un giorno? Facciamo intanto 34.000 euro? Via, è una miseria.

Ci faccia sapere a quanto arriva, lo ringrazieremo suonando le trombe nella pubblica via.

Infine, è vero: ho scritto Giovanni invece di Giuliano (Urbani). Inguaribilmente ottimista come sono, penso sempre al meglio: me ne scuso.

TM

(*) T. Montanari, Un virus contro i Faraoni: l’Egizio rischia la chiusura, in “Il Fatto Quotidiano”, 22 aprile 2020

Fotografia di Viaggiolibera da Pixabay