di Carmelina Ariosto

In queste terribili settimane di incertezza, dolore e paura per la strage silenziosa da COVID-19 il polveroso apparato burocratico sta dando prova di insospettabile efficientismo formale. Perfino il Mibact.

Le circolari dispositive si susseguono come le piogge di Ranchipur. Le compulsi utilizzando il tuo pc, tramite la tua connessione dati, grazie al tuo contratto di fornitura elettrica, all’interno della tua abitazione. Hai dovuto dichiarare di possedere tutto ciò in cambio della generosità del tuo ministero che, a epidemia conclamata, non avendo i mezzi per proteggerti in ufficio, ti ha prima proposto e poi obbligato a lavorare da casa in smartworking, previo giuramento circa la potestà sui beni essenziali allo svolgimento del lavoro.

Ius iurandum patrare, id est sancire foedus.

E lo onori, il foedus. Anche se ti ritrovi in un gaming che si rigenera ogni giorno con la sveglia. Una volta installato sul tuo pc un software che ne consente il controllo da remoto, respiri di nuovo la polverosa atmosfera del tuo deserto ufficio, ma con qualche brivido di eccitazione in più. Devi superare le Sette Porte dell’iniziato prima di avere accesso a G.I.A.D.A. (Gestione Informatizzata Archiviazione Digitale Accessibile), acronimo da inconsapevole buontempone, dato che, all’uso, il marchingegno non evocherà la leggiadria di un nome femminile, ma piuttosto durezza della pietra omonima. Dipenderà forse dal fatto che ti hanno lanciato nell’arengo senza formazione?

Fatti i sacrifici rituali, i numi propizieranno l’ingresso alla posta elettronica istituzionale, se il tuo gestore di connessione non fa filtering e se non lo fa h 24. Come Lara Croft, cercherai di superare la prova e passare al terzo livello: la Rete Privata Virtuale (RPV) del MIBACT, regno di Europaweb, (che però puoi adoperare solo passando a Explorer), NoiPA, moduli di inserimento dati capaci di soddisfare ogni feticismo, link ad ogni universo burocratico, rassegna stampa, circolari.

E qui trovi la circolare del Segretariato Generale n°19 del 2 aprile 2020.

Tu, funzionario archeologo, da 27 anni al servizio dello Stato, euro 1484,13 mensili, al quale imprescindibili esigenze di servizio hanno impedito, nella continua, incessante emergenza riformistica, di fruire delle ferie residue, apprendi che “considerata la particolarità delle circostanze, si rappresenta altresì ai Datori di lavoro l’ulteriore necessità di pianificare e autorizzare in tempi utili le ferie pregresse di tutti i propri dipendenti, in modo tale che gli stessi le possano esaurire entro il 30 aprile 2020…, pur sempre assicurando la funzionalità degli Uffici e garantendo le attività essenziali.”

Questa faccenda della fruizione delle ferie residue deve rappresentare un che di cruciale, ancorchè incomprensibile, nella politica dell’emergenza: la salus populi pare ancorata alla necessità di mettere il personale in ferie forzate e a privarlo della miserabile indennità di mensa (il buono-pasto), salvo ripensamento, in barba al principio fondamentale per il quale deve essere salvaguardata la funzione fondamentale delle ferie, che devono consentire al lavoratore il recupero psicofisico.

E dove, come, se non in quarantena, a casa, in piena pandemia, Fantocci può svagarsi, rigenerarsi, recuperare energie?

E non puoi fare a meno di considerare che le ferie residue, fardello da cui liberarsi, le hai perché hai dovuto garantire servizi, corretto e ininterrotto svolgimento di manutenzioni, presidio.  E che nella situazione attuale pare impossibile che non vi sia un bilanciamento tra ciò che doni e ciò che ti viene dato. Dettagli, certo, all’interno di una tragedia mondiale, ma che pongono domande urgenti per il futuro che potremmo conquistare se usciremo dalla pandemia: dietro il lavoro c’è la persona e le persone non sono oggetti, numeri, adempimenti.

Ora, invece, da qui, dalle retrovie, l’orizzonte è un punto soltanto immaginato, e sai che ciò che si agita nel Castello oltrepassa la dimensione della realtà sensibile, che nessuna ponderazione vi sarà mai per il tuo operare, per la tua ottusa dedizione al lavoro, per il ruolo, la funzione, il curriculum plurititolato, per la bovina convinzione che alle esigenze personali debbano essere anteposte, sempre e comunque, quelle di servizio, per ogni sforzo profuso per collaborare a mandare avanti il lavoro e a garantire la tutela, la conservazione, la fruizione dei Beni, nonostante i restyling incessanti di un Ministero senza pace, che ti ha lasciato per un anno e mezzo senza scrivania e senza mezzi, che ad ogni plenilunio ti blocca il bilancio perché il tuo Istituto cambia nome, stato giuridico, direzione.

E ti è chiaro, come la primavera immaginata da dietro la finestra, che nessuno può più tacere – bavaglio o no – sul presente svilito dei tecnici di questo dicastero, ridotti dalle riforme delle riforme delle riforme a minutanti di istruttorie, annegati in una continua ricerca di senso, sul futuro monco di ogni legittima aspirazione allo sviluppo di carriera, evidentemente impossibile dato il continuo ricorso a imperscrutabili comma 5 e 6 del D.Lgs. n°165/2001, ai bandi internazionali che pescano dirigenti da ogni dove purchè non tra i funzionari di ruolo, mentre l’ultimo concorso per il reclutamento di dirigenti specialisti risale al 2007, su un apparato a mezza via tra la farsa e la tragedia, lontano dalla gleba come Astolfo sull’ippogrifo.

L’autrice è funzionaria archeologa presso il Mibact


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