di Rita Paris

La vigilanza archeologica su tutti i lavori che comportano scavi è una prestazione specialistica resa da professionisti, esterni al Ministero, che operano sotto la supervisione delle Soprintendenze.

Di recente ne è stata finalmente e formalmente riconosciuta dal Mibact la loro professionalità; quali tecnici e studiosi esperti con anni di formazione alle spalle, un passo importante ma non sufficiente a garantire la condizione di lavoro professionale.

Cantieri per opere di grandi linee di servizi, di acqua, elettricità, gas, telefonia, di trasformazioni urbanistiche, di grandi e piccole opere pubbliche di vario genere sono il principale ambito di attività; ve ne sono ovunque e in numero cospicuo  Le aziende appaltanti, come Italgas, Acea, Tim, Vodafone ecc. esternalizzano progettazioni e direzioni lavori, affidandole a società prevalentemente di ingegneria o architettura che poi gestiscono i rapporti con i professionisti necessari allo svolgimento dei progetti. Nel caso degli archeologi, la cui presenza costante è obbligatoria per l’alta sorveglianza sugli scavi, non è prevista una assunzione come per le altre figure professionali del gruppo di lavoro, ma essi vengono reclutati con contratti a tempo determinato, mensili, trimestrali, anche semestrali, col sistema della “chiamata”, cioè in funzione della necessità giornaliera, con email di convocazione un giorno per l’altro.

Una sorta di caporalato d’élite: all’attesa in piazza si sostituisce lo squillo del cellulare.

La discontinuità di queste prestazioni lascerebbe immaginare almeno compensi giornalieri adeguati, mentre la retribuzione è oraria, con un minimo di 3 ore garantite. Un riconoscimento economico sideralmente lontano dai prezziari indicati dalle associazioni di categoria, in base ai quali per un archeologo esperto di prima fascia, è previsto un compenso superiore ai 50 € l’ora. Macchè! Il committente, come ad esempio Italgas, riconosce tale importo alle ditte appaltatrici le quali attribuiscono al professionista al massimo 15 euro: cospicui guadagni di impresa sulle spalle del professionista, soffocato da un’organizzazione del lavoro e da relazioni lavorative basate sulla deregulation, la flessibilità e l’assenza di tutele a causa della mancanza di un ordine professionale degli archeologi (in Italia, incredibile a dirsi!!!) non sostituibili dal riconoscimento della professione e dai relativi elenchi del Mibact.

Va da sé che, nonostante la piena crisi epidemiologica di questi giorni, i cantieri in cui lavorano gli archeologi non sono chiusi, perché troppo convenienti economicamente…

Ove necessario si lavora anche 11 ore al giorno (dalle 7 alle 18), inclusi il sabato e la domenica, e nessuno, quando chiamato, si sottrae perché con una paga così modesta e intermittente si è costretti a lavorare il più possibile. Anche in tempi di coronavirus, col dubbio se sia meglio che i cantieri vengano fermati per salvaguardare la salute e non guadagnare nulla o rischiare per sbarcare il lunario, alla fine si accetta di andare avanti.

Solo negli ultimi giorni sono rimbalzate tra committenza, direzioni lavori e ministero le disposizioni in materia di prevenzione, ma rimangono solo buoni propositi, perché i sistemi di protezione individuali sono arrivati con molto ritardo, o solo dopo diversi solleciti, o procurati dai professionisti stessi.

E’ impossibile su un cantiere, soprattutto archeologico, rispettare le norme per contenere il diffondersi del Covid 19: la mascherina è una per ciascun operatore, da utilizzare per più giorni, i guanti sono quelli da lavoro, non usa e getta, gli attrezzi sono condivisi, la distanza di un metro è un’utopia.

Solo oggi, 23 marzo, gli archeologi convocati sui cantieri, hanno curato la messa in sicurezza dei ritrovamenti archeologici, per la chiusura. E si torna a casa e dalle famiglie, con la prospettiva di non percepire più un euro fino a diversa disposizione.

 

Foto di Hulki Okan Tabak su Unsplash