Due sentenze irrevocabili emesse dal Tribunale di Roma hanno messo fine a una lunga vicenda giudiziaria che prese le mosse con due querele presentate da Andrea Carandini dopo vari

articoli che gli dedicai, su Left e su questo giornale, nel 2012.
In uno avevo commentato questa notizia uscita sul l ’Espresso : “Il Consiglio Superiore per i Beni culturali ha approvato il versamento di 288.973 euro ai proprietari del Castello di Torre in Pietra, a Fiumicino:e cioè al presidente del medesimo Consiglio, il conte Andrea Carandini, e alle sue sorelle”.E avevo, tra l’altro, scritto: “Ma in Italia, dove i ministri comprano case senza saperlo, figuriamoci se il professor Andrea Carandini si sente tenuto ad accorgersi di auto-stanziarsi 300 mila euro, o a sapere se casa sua sia aperta o no ai cittadini che gli elargiscono quella somma. E poi, il pensiero unico ortodosso sul patrimonio culturale non prevede oggi la totale abdicazione dell’interesse pubblico nei confronti degli interessi privati? E il conte Carandini all’ortodossia – comunista o ultraliberista, poco importa – ci ha sempre tenuto”. Nel secondo, firmato insieme a Malcom Pagani, ricordavo che “nell’aprile del 2008 il Mibac firmò un protocollo di intesa con la cattedra di Archeologia classica della Sapienza, per cui quest’ultima avrebbe ceduto alla Soprintendenza di Roma un brevetto informatico per realizzare il ‘sistema informativo territoriale archeologico per il centro storico e il suburbio di Roma’. Un ingenuo cittadino potrebbe pensare che l’università pubblica cedesse questo brevetto gratuitamente all’altrettanto pubblica Soprintendenza. Manco per niente: la cessione sarebbe dovuta avvenire ‘alle condizioni di mercato’, da definire in un accordo separato. E il bello è che il brevetto (ottenuto grazie a ricerche finanziate dall’università) non era intestato alla Sapienza, bensì ‘ai professori Andrea Carandini e Paolo Carafa’. Ciliegina sulla torta, in quel momento Carandini era il coordinatore nazionale della Commissione paritetica per la realizzazione del Sistema Informativo Archeologico delle città italiane e dei loro territori. Insomma, uno strepitoso modello di rapporto pubblico-privato: il superconsulente accademico vende al Ministero il proprio brevetto. Ma il piano alla Totò-truffa non andò in porto per la sollevazione dei funzionari della Soprintendenza di Roma, che trovavano scandaloso comprare da un privato ciò che si poteva avere gratuitamente”.
EBBENE, IL TRIBUNALE ha infine riconosciuto che ciò che ho scritto era vero, di interesse pubblico ed espresso in modo continente. La sentenza (10467/16) sul castello ha stabilito che il Carandini “in presenza di una decisione dell’organo da lui presieduto che, seppure, indirettamente avrebbe influito sui suoi interessi personali in relazione ad una vicenda specifica non si era astenuto, e ciò, nonostante esistessero, da un lato norme giuridiche e deontologiche che gli avrebbero imposto di farlo e, dall’altro, ragioni di opportunità che gli suggerivano di fare altrettanto … il prof. Carandini, per le ragioni sopra esposte, avrebbe fatto meglio ad astenersi”.
La seconda sentenza (7954/2019) ha precisato che, nella vicenda del restauro del Castello Andrea Carandini “si è trovato effettivamente in una posizione di conflitto di interessi”, e ha stabilito che l’articolo ha esplicitato “criticamente fatti che meritavano di essere denunciati all’opinione p ub bl ic a ”. Anzi, ha lamentato che, nel corso del processo, “Carandini ha fornito
una descrizione non sempre f e de l e ” delle competenze del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, “sm inu endone in buona sostanza le funzioni decisorie”.
Sulla seconda questione, il giudice ha accertato che Carandini e Carafa si mossero “al fine di ottenere un tornaconto economico”. E dunque ha stabilito che l’espressione “il piano alla Totò-truffa non andò in porto per la sollevazione dei funzionari della Soprintendenza di Roma”è“la rappresentazione sarcastica e pungente … con cui l’autore del testo ha denunciato un fatto segnalato alla sua attenzione dopo averne accuratamente verificato la genuinità e la verità”. Le presunte “offese”contenute nell’articolo, dunque, sono scriminate perché “riconducibili a comportamenti concretamente tenuti da Carandini Andrea che meritavano di essere segnalati all’opinione pubblica”.
Nel complesso, le due sentenze restituiscono un ritratto assai efficace dell’attuale presidente del FAI e danno il giusto rilievo al diritto di critica. E, tuttavia, è impossibile non chiedersi: questa interminabile vicenda giudiziaria ha avuto senso?
RICORDO QUANDO i carabinieri vennero a cercarmi nel mio dipartimento universitario per identificarmi in seguito alla denuncia di Carandini, o la mattinata trascorsa in un pittoresco ufficio della polizia postale. E le tante giornate d’udienza cui ho partecipato, una volta prendendo posto sul banco degli imputati subito dopo che dallo stesso banco si era alzato un Casamonica all’epoca imputato. Un’esperienza sconcertante, finita bene grazie alla qualità della magistratura italiana, alla mia decisione di rinunciare alla prescrizione per poter vedere riconosciuta la mia piena ragione, alla solidità non solo economica di questo giornale e al lavoro straordinario degli avvocati Caterina Malavenda, Mario Geraci e Angela De Rosa –che sono andati (e anche lì con successo) per ben tre volte fino in Cassazione, per far dissequestrare la versione online dell’articolo e perché il Gup mi aveva prosciolto.
Ma è accettabile che – avendo evidentemente torto– si possano tenere in ostaggio per anni le vite e le finanze di chi, non sempre economicamente capiente, scriva la verità nell’interesse pubblico? E che si possa farlo senza pagare alla fine alcun prezzo, se non quello – sacrosanto – della perdita del processo che finisce per avere ricadute sulla reputazione, ma non sulla tasca di chi ha agito?
È fin troppo chiara l’urgenza di una legge che ponga fine alla costante pressione su giornalisti e opinionisti attraverso querele pretestuose e infondate. Che cercano solo di rovesciare il tavolo della verità: per fortuna non riuscendoci quasi mai.

 

Il Fatto, 18.1.2019