“Questo fenomeno del professionismo della politica: che, se è inevitabile, bisognerà comprendere e disciplinare in modo che non porti alla rovina della democrazia”. La profezia

inascoltata di Piero Calamandrei (1956) ha oggi il volto e il nome di Dario Franceschini, l’inaffondabile avvocato ferrarese che – con l’unica forza che ha: non quella di un prestigio culturale o di una speciale statura morale, ma quella degli intrighi nei corridoi della politica – riesce a ottenere ciò che non gli si sarebbe dovuto a nessun costo concedere. Franceschini è infatti l’unico che torna a occupare esattamente la poltrona su cui sedeva prima del 4 marzo 2018: per il povero, martoriato patrimonio culturale italiano quel voto è, da ieri, cancellato. Come se non fosse mai avvenuto.

Franceschini non è stato un ministro qualunque. È arrivato al Collegio Romano grazie alla congiura fratricida con cui Matteo Renzi pugnalò il sereno Enrico Letta: uno degli effetti collaterali di quel colpo di palazzo, benedetto da Giorgio Napolitano, fu infatti troncare l’esperienza del miglior ministro dei Beni culturali della Repubblica, Massimo Bray, e mettere al suo posto il peggiore, l’autoreggente (copyright dell’Espresso) Franceschini.

Con lui la mercificazione spinta del patrimonio culturale è diventata legge, la tutela è stata messa nell’angolo, la politica ha cominciato a giocare coi grandi musei come gioca con la Rai. Mai un ministro dei Beni culturali era stato tanto divisivo: e conosco decine di archeologi, storici dell’arte, archivisti che si acconciarono (col naso mezzo tappato) a votare un Movimento 5 Stelle già normalizzato da Di Maio pur di non sentire mai più il nome di Franceschini associato alla parola cultura.

Ci sono ragioni di minima serietà che avrebbero dovuto indurre a evitare l’assurdità della situazione determinata da questo revenant. Per dirne una: le modifiche sulla riforma Franceschini che il ministro Alberto Bonisoli ha compiuto sono contenute in un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che era Giuseppe Conte. Ebbene, ora lo stesso Conte sfiderà il ridicolo, firmando esattamente il contrario? Non è un problema formale: è la condanna del Mibac a essere una perpetua tela di Penelope, tessuta e smontata senza requie.

Per quanto possa sembrare ingeneroso, viene da prendersela soprattutto con il Movimento 5 Stelle. Perché il Pd è ancora e sempre quel coacervo di signori della guerra da cui è davvero impossibile aspettarsi uno scatto di senso civico. Ma, in questo caso, era il Movimento a dover difendere i valori per cui diceva di aver combattuto. La sua opposizione a Franceschini ministro del governo Renzi fu giustamente feroce, arrivando fino alle manifestazioni di piazza: e ora siamo invece alla resa senza condizioni. Che ne sarà, per dirne una, della fragilissima Venezia? Con le Infrastrutture e i Beni culturali in mano al Partito delle Grandi Navi, cosa potrà il ministro Costa, la cui permanenza all’Ambiente è l’unica luce in tanto buio?

Ma il problema è purtroppo più profondo. La resa del Movimento a Franceschini è iniziata un anno fa, con la nascita del primo governo Conte. Il ministro Alberto Bonisoli – una persona seria, il cui tratto sarà rimpianto – è stato imperdonabilmente paralizzato dalle divisioni nel suo stesso fronte, e ha finito per impantanarsi in un’azione contraddittoria che non aveva il coraggio di smontare la riforma Franceschini, ma si limitava a correzioni secondarie, spesso pasticciate.

Il fatto è che Bonisoli, dietro di sé, aveva un’accolita di teste confuse. Si pensi che la bandiera di Franceschini era l’uso puramente turistico del patrimonio culturale, tanto che egli oggi ha chiesto e ottenuto (prima restaurazione) di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1. Ebbene, ecco cosa dicevano sul patrimonio i 20 punti del Movimento presentati al Pd: “Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico, anche attraverso il recupero delle più antiche identità culturali e delle tradizioni locali”. Poche generiche parole, tutte in chiave di sottomissione al turismo: insomma, è radicalmente mancata una visione alternativa in nome della quale si sarebbe oggi potuto (dovuto) resistere alla restaurazione renzian-franceschiniana.

Abbiamo pagato una sorta di tangente sull’antifascismo, un’estorsione all’umanità: per cacciare Salvini, ci siamo dovuti riprendere Franceschini. Un gioco cinico e baro: ieri il commento più diffuso tra gli addetti ai lavori era: “Non tornerò mai più a votare”. Il problema non riguarda “solo” i Beni culturali: se sarà Franceschini a dare il la a questo governo, avremo fatto a Salvini il regalo più grande. Quello di trasmettere l’idea che la democrazia sia rovinata, e non funzioni più.

FQ   | 5 SETTEMBRE 2019