L’ex convento di San Salvador è il pezzo più pregiato della lista, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 2019, dei primi 93 dei 420 edifici che lo Stato italiano ha messo in vendita, in attuazione al decreto del ministero dell’economia e delle finanze che definisce  “il perimetro e le modalità d’azione del piano straordinario di dismissione degli immobili pubblici previsto dalla legge di bilancio del 2019”. 

Il piano, che secondo la propaganda del governo dovrebbe servire a trovare qualche quattrino per ridurre il cosiddetto debito pubblico ed evitare una procedura di infrazione europea, non è il primo, né sarà l’ultimo intervento “straordinario” per smantellare e liquidare il nostro patrimonio. 

Rispetto alle svendite precedenti, però, quelle di quest’anno testimoniano come il fenomeno abbia subito un’accelerazione dopo la sostituzione ai vertici dell’agenzia del demanio, avvenuta nell’agosto 2018, e la nomina a direttore del prefetto Riccardo Carpino. 

Per la prima volta, l’agenzia non è diretta da amici o familiari di uomini politici (come erano, ad esempio, Elisabetta Spitz, moglie di Marco Follini, o l’ex sindaco di Piacenza Roberto Reggi) ma da un prefetto, cioè un funzionario che per definizione rappresenta il governo centrale. 

Averlo messo a capo del demanio – termine che deriva dal latino dominium e indica l’insieme di tutti i beni inalienabili e imperscrittibili che appartengono a uno stato- e averlo investito della missione di vendere il demanio stesso, potrebbe sembrare un ossimoro. In realtà è un atto coerente con la strategia di distruzione dello stato che l’attuale governo sta brillantemente portando a termine, come “ci chiede il mercato”. 

Fin dal suo insediamento, il prefetto Carpino ha dimostrato di avere le idee chiare su quale sia la “missione” dell’agenzia. Al demanio, ha detto, “non ho trovato una cultura della vendita… il demanio deve mettersi a vendere. La sfida è trasformarlo da fornitore di provvista a operatore che si mette in gioco anche nella vendita”. 

E le misure adottate rispecchiano questa visione, oltre che nella sostanza, nei modi in cui vengono comunicate. Per presentare il piano, infatti, il dottor Carpino non si è rivolto ai cittadini che la sua agenzia sta depredando, ma si è recato a RE – Italy, la convention del real estate organizzata da Monitor immobiliare, dove si è orgogliosamente vantato perché “è la prima volta che l’agenzia si cimenta in una campagna di vendita di questa portata, nel solco di una normativa che pone l’obiettivo di realizzare un consistente programma di dismissioni immobiliari”. 

Ha poi spiegato di aver fatto una “pulizia strategica del nostro portafoglio per eliminare beni di scarso interesse” e ha sottolineato come la selezione sia stata oggetto di “analisi approfondite e segmentazione, per individuare e costruire una proposta di potenziale interesse per il mercato, con asset già dotati di destinazioni d’uso adeguate e compatibili con percorsi di sviluppo immobiliare”. 

I mezzi di comunicazione allineati hanno apprezzato “il lavoro certosino fatto di attente ricognizioni, analisi e valutazioni” (Italia Oggi), indifferenti al fatto che nella lista siano stati inclusi anche immobili adeguatamente utilizzati e perfino luoghi di particolare significato storico e simbolico come il campo di concentramento di Verona.

Il dottor Carpino ha sottolineato che i sindaci sono chiamati a “una intesa cruciale” per la riuscita del piano e che sono previste “premialità per i comuni che collaborano e ci aiutano”. Per rendere i beni più appetibili agli investitori, infatti, sono spesso necessarie modifiche delle norme urbanistiche e delle destinazioni d’uso. La rapidità dell’iter con cui i comuni procederanno dall’intesa alla variante sarà determinante per l’entità del premio, che sarà del 15%, per chi impiega meno di 12 mesi, mentre chi supera i due anni dovrà accontentarsi del 5% del ricavato della vendita. A carico dei comuni, in ogni caso, restano le spese per le pratiche amministrative ed eventuali lavori. 

In questo modo ha ribadito il prefetto Carpino “per la prima volta viene offerto al mercato un pacchetto pulito in termini di agibilità e alienabilità, ora resta da vedere la risposta del mercato”. 

Un test importante sarà vedere la risposta degli sviluppatori immobiliari all’offerta in saldo dell’ex convento di San Salvador a Venezia; 6300 metri quadrati con 842 metri quadrati di scoperto, messo in vendita con prezzo base di 28 milioni e 138 mila euro. Secondo Carpino la base d’asta è allineata ai valori del mercato, ma neppure 5000 euro al metro quadrato sembra una cifra congrua per un complesso edilizio così descritto sul sito di Quifinanza: “costruito tra l’XI e il XII secolo, a pochi metri dal ponte di Rialto, è in ottimo stato di conservazione e con i suoi chiostri e giardini rappresenta un bene dall’inestimabile valore storico, artistico e culturale”. 

Nel comunicato stampa con cui il ministero dell’economia e delle finanze ha annunciato le vendite si sottolinea come “cambiando la proprietà e la destinazione d’uso degli edifici sia possibile incentivare il recupero di beni non utilizzati e assicurare ricadute positive in termini di investimenti e occupazione all’economia locale e nazionale”. 

Ma il ricatto occupazionale appare poco credibile nel caso di San Salvador, che non è mai stato inutilizzato. Dal 1923 è stato sede della Telve, la compagnia telefonica del Veneto, poi della SIP ed ora della Telecom che l’ha in affitto fino al 2021 (ma ha già iniziato il trasloco dopo l’annuncio della vendita) e che vi ha realizzato importanti interventi di restauro per insediarvi, oltre ai propri uffici, il Telecom Future Centre. Inaugurato nel 2002, alla presenza dell’allora ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri e dell’amministratore delegato di Telecom Marco Tronchetti Provera, il Future Centre è una sorta di museo delle comunicazioni, dove si mescolano intrattenimento, divulgazione e marketing. Non è, quindi, un luogo abbandonato, né degradato e vi lavorano delle persone. Quindi perché regalarlo ai privati? 

La spiegazione si trova nella scheda promozionale con la quale ogni bene viene pubblicizzato sul sito dell’agenzia del demanio.  Trattasi, si dice, di “edificio di pregio su tre piani e due chiostri interni, situato vicino al ponte di Rialto, una zona di notevole flusso turistico nel centro storico di Venezia, patrimonio mondiale Unesco, luogo di ricchezza culturale ed architettonica senza pari… l’edificio ha ampi spazi e saloni affrescati, nei locali adibiti a uffici ci sono finiture di pregio con classici elementi veneziani … ottimo è lo stato manutentivo delle ex celle dei monaci affacciate sui cortili interni”.

Una descrizione palesemente finalizzata a enfatizzare come la localizzazione e le caratteristiche tipologiche e architettoniche di San Salvador lo rendano una meravigliosa occasione di investimento alberghiero.   E poco importa che l’attuale destinazione d’uso sia “direzionale”; il virtuoso comune di Venezia collaborerà.