Quando mi è capitata davanti questa bellissima fotografia (di Fabrizio Liuzzi) mi è sembrato di avvertire la presenza -da qualche parte lassù, in alto- di un osservatore stupefatto e ammutolito

davanti a tanta grigia devastazione. Ho, per prima cosa, pensato che lo sguardo sbigottito dell’osservatore si fosse posato sulla demolizione che stavano portando a termine i bracci meccanici di quelle macchine, le uniche ed inaspettate macchie di colore nel paesaggio cinereo, ma, poi, ho capito, invece, che l’oggetto di quello sguardo erano gli intonaci slabbrati, i tetti sfasciati, le finestre prive di infissi, il paesaggio di macerie, insomma, del semidiruto Centro storico di Cosenza.

L’uniforme grigiore delle rovine squadernate sotto quel cielo plumbeo mi ha riportato alla mente un quadro di Paul Klee, l’Angelus Novus, descritto in un famoso passo del filosofo tedesco Walter Benjamin. Ho capito che l’osservatore delle nostre macerie altri non era che l’Angelus Novus di Klee, la cui apparizione, sul palcoscenico del presente, viene spiegata da Benjamin in questo modo: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”(“Sul concetto di Storia”, pp. 35-37).

Quella che a noi, soprattutto a me archeologo, sembra un palinsesto storico-architettonico millenario in rovina, secondo Benjamin è, invece, una sola catastrofe: la perdita della memoria alimentata dalla fortissima tempesta del progresso che impedisce all’Angelo della Storia di “trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto”. Sono decenni che, spinti dal vento di quello che noi chiamiamo progresso, abbiamo lasciato cadere in rovina il Centro storico di Cosenza e continuiamo, colpevolmente, a non capire fino in fondo quanto sia importante che quell’insieme di abitazioni, piazze, strade e vicoli venga ricomposto. Ricomposto per far rivivere quella Storia che i nostri morti hanno, per due millenni e mezzo, scritto su ogni pietra di quel luogo.

A fronte di cotanto post-apocalittico paesaggio risalta ancor di più l’ossessiva assurdità di aver voluto demolire -è proprio il caso di dire: a tutti i costi- un brutto palazzo per poi potervi ricostruire sopra un ancor più orrendo, fuori contesto e rilucente contenitore che non conterrà nulla: il “Museo del Nulla-Alarico”. Se si pensa che l’intera operazione demolizione-ricostruzione costerà fra i 7 ed i 10 milioni di euro, di cui 4,3 solo per la demolizione, viene, subito, da pensare che questa montagna di soldi si sarebbe potuta usare, per esempio, per restaurare una parte consistente di quelle case che, desolatamente, si affacciano sul fiume, a pochi passi dalla demolizione e dall’erigendo Museo. In questo caso, peraltro, non si può invocare l’impossibilità di rompere il vincolo dell’impiego del finanziamento perché questo progetto non attingeva a fondi europei, ma è interamente finanziato dalla Regione Calabria.

Benjamin sostiene che l’unica redenzione possibile è quella offerta dalla memoria perché “Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? … Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto” (“Sul concetto di storia”, p. 23).

Se è vero quel che dice Benjamin, la responsabilità di aver mancato l’”appuntamento fra le generazioni che sono state e la nostra” è, dunque, di tutti noi cosentini perché non abbiamo perseguito, per decenni, la redenzione nella memoria, mentre, nel caso dell’ex Hotel Jolly, la responsabilità ricade, tutta, sull’attuale Amministrazione comunale che ha formulato questo incredibile progetto e sulla Giunta regionale in carica che lo ha finanziato.

FOTO FABRIZIO LIUZZI