Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo;
pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti. Risultato finale: distruzione del tessuto sociale, museificazione del tessuto monumentale, gentrificazione (che vuol dire “borghesizzazione” di quartieri già popolari), e in un’ultima analisi perdita del tono democratico. La città non è più una città, ma una quinta per film, una location per eventi. È la storia di Venezia: le cui recentissime ferite da acqua alta sono la conseguenza non solo del cambio climatico, e del conseguente innalzamento del Mediterraneo, o della follia criminogena del Mose, ma anche dell’inarrestabile emorragia dei suoi cittadini, ridotti a meno di un terzo rispetto al 1871.

Espulso il popolo, le pietre iniziano a cedere: anche quelle di San Marco.

Ma non c’è solo Venezia, ormai sono centinaia le città italiane incamminate lungo questo viale del tramonto che una classe politica inconsapevole e irresponsabile dipinge invece come la via luminosa di una modernissima vita di rendita da turismo. C’è Firenze, ormai senza anima. E c’è Napoli, il cui ventre popolare perde giorno dopo giorno i propri connotati in una marcia forzata verso una gentrificazione da overtourism.

E poi c’è Bergamo, per esempio. Quando, qualche settimana fa, si è riunita proprio a Napoli la Set, la “Rete di Città del Sud Europa di fronte alla Turistificazione”, uno tra gli interventi più istruttivi è stato proprio quello dei cittadini bergamaschi.

Bergamo è una città stupefacentemente ricca: e non per rendita, ma per una religione del lavoro che sfiora la maniacalità. Eppure non appena si è scoperta “città d’arte” (un’espressione in sé malata, che nega l’identità tra città e arte e identifica una tipologia commerciale), anche Bergamo si è lasciata sedurre dall’idea di mettere a reddito tutta quella “bellezza inutile”. Ma quando si sceglie di vivere di turismo diventa molto difficile governare le conseguenze: ed è per questo che raccontare il declino della Città Alta di Bergamo significa parlare di cento altre città storiche infelici. Infelici perché disgraziate nello stesso modo, a differenza delle famiglie di Tolstoj.

Prendiamo i dati sui residenti, su un lungo arco di tempo, dal 1951 al 2016: ebbene, se in questo periodo Venezia ne ha persi il 52%, la Città Alta di Bergamo ne ha contati il 38% in meno, arrivando al minimo di 2400. Un’emorragia di popolo, che cambia radicalmente l’uso, e dunque il senso, di quelle antiche pietre. Negli ultimi quarant’anni le case vuote in Bergamo Alta sono aumentate di sei volte, le abitazioni di proprietà sono raddoppiate, quelle in affitto sono dimezzate: un trend che vieta la città storica alle giovani coppie con bambini, e apre la strada ad una omogeneità sociale fatta di famiglie piccole e benestanti. La città storica diventa la città dei ricchi. E, in prospettiva vicina, la città dei turisti.

L’inclusione delle Mura venete della città nella lista Unesco (un bollino che ormai assomiglia al bacio della morte sulla tenuta sociale del nostro patrimonio culturale) ha fatto raddoppiare le vendite “di pregio” in Città Alta: vendite che preludono nella quasi totalità alla creazione di strutture alberghiere di fatto (dal 2010 ad oggi gli airbnb crescono del 79%, gli alberghi veri calano del 9,2%). La città storica diventa un dormitorio per turisti di lusso: in Città Alta ogni notte dormono 12,4 turisti per abitante, mentre i posti letti sono ormai 30 ogni 100 abitanti.

Se allarghiamo lo sguardo dai pernottamenti alle presenze turistiche in generale, vedremo che i turisti che ogni anno visitano il cuore storico e artistico di Bergamo sono stimati in circa 200.000 l’anno, arrivando ormai alla fatidica proporzione dei cento per singolo abitante.

Conseguenza: al posto dell’ultima parrucchiera apre l’ennesima yogurteria, e nella Città Alta non c’è più un solo idraulico, un meccanico, un elettricista e nemmeno un restauratore, per quella sorta di “pulizia etnica” delle professioni che fa sembrare tutti eguali i nostri centri storici.

È questo il drammatico quadro che spinge la parte più consapevole della cittadinanza (come per esempio la benemerita Associazione per Città Alta e Colli) a contestare radicalmente la costruzione di un parcheggio interrato di 9 piani (!) che l’amministrazione guidata da Giorgio Gori (l’anello mancante tra il berlusconismo e il renzismo) sta costruendo proprio sotto le famose Mura venete consacrate dall’Unesco. Un parcheggio pensato “per i visitatori” (per ammissione della stessa giunta) a servizio di una Città Alta che avrebbe invece un enorme bisogno di politiche per residenti non selezionati per censo. La giunta si trincera dietro il fantasma delle penali che si dovrebbero pagare cassando il parcheggio. Ecco l’ultima frontiera della post-democrazia, l’ultima reincarnazione del Tina (There Is No Alternative) della Thatcher e di Blair. Non si discute più della conseguenze a lungo termine del Tav, del Tap o del parcheggio di Bergamo: una politica senza progetto e senza coraggio si nasconde dietro l’alibi del “non-possiamo-cambiare-perché-ci-sono-le penali”. E pazienza se, facendola, quell’opera farà danni più gravi e profondi. Non la “rivoluzione della modernità” venduta dalla retorica renziana di Gori, insomma, ma la cancellazione del nesso vitale tra le pietre e il popolo: guardando Bergamo si capisce l’Italia.

 

FQ | 5 novembre 2018