“La biblioteca pubblica è lo spazio libero per eccellenza: un luogo di cultura, sostenuto dalla comunità, aperto a tutti e gratuito”. Da questo principio prende le mosse la partecipazione

finlandese dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia, che espone nel piccolo padiglione progettato da Alvar Aalto ai Giardini una serie di edifici bibliotecari sparsi in tutta la Finlandia, da Helsinki alle remote plaghe del nord, insistendo sul loro ruolo di perno e cerniera per molte comunità, le quali vi si ritrovano per condividere tempo, spazi e conoscenza. È lo stesso modello che, su un’altra scala, ha descritto il massiccio documentario di Frederick Wiseman The Library (2017), dedicato alla Biblioteca Pubblica di New York, non solo nel suo storico edificio di Bryant Park a Manhattan, ma anche nelle sue mille propaggini che coagulano la vita sociale dei quartieri più difficili della Grande Mela.

L’idea della biblioteca come luogo centrale per la costruzione e l’organizzazione del sapere, per il consolidamento dell’alfabetizzazione e per la promozione di una reale parità di accesso alla conoscenza, e dunque per la “formazione della cittadinanza” (Jacques Le Goff), è di lunga data (il Premio Nobel per la Pace 1913, Henri La Fontaine, fu anche il fondatore dell’Istituto Internazionale di Bibliografia), ma risulta nuova e attuale nel mondo digitale: quanto più il flusso di informazioni è vasto e incontrollato, infatti, tanto più urgono strumenti culturali in grado di filtrarlo, e strumenti tecnici in grado di farlo giungere anche ai meno abbienti. Questa idea “alta” di biblioteca, tuttavia, non sembra molto popolare presso i governi del nostro Paese, che pure vanta un patrimonio impareggiabile a livello mondiale. Mentre attendiamo di conoscere i dettagli del lodevole piano straordinario di 6.000 assunzioni annunciato dal ministro Alberto Bonisoli, l’ultimo titolare dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Pd), ha puntato molto sulla “valorizzazione” dei musei, e su una riforma (contestata) delle soprintendenze, ma nel piano di 500 assunzioni varato nel 2016, solo il 5 per cento – ovvero 25 posti – era destinato alle biblioteche, a onta del fatto che queste versano in una gravissima sofferenza di personale (in seguito a quell’umiliante ripartizione si è dimessa l’intera commissione biblioteche e archivi del Consiglio superiore dei beni culturali, capeggiata da Giovanni Solimine, curatore con P. G. Weston dell’impareggiabile Biblioteche e biblioteconomia, Carocci 2015).

A distanza di due anni, le assunzioni sono state poi ben più di 25, nel senso che anche parecchi idonei del concorso del 2016 sono stati assorbiti per colmare alcuni dei buchi più evidenti dovuti ai massicci pensionamenti dei bibliotecari entrati (talvolta senza nemmeno la laurea) al principio degli anni 80. Tuttavia, da un lato gli organici continuano a essere così lacunosi da mettere a repentaglio i servizi minimi (alla Marciana di Venezia mancano oltre 15 persone, alla Nazionale di Roma più di 20); dall’altro – ora che sono praticamente ineludibili azioni manageriali come l’outsourcing di alcuni servizi e il fundraising per garantire una minima crescita – s’insiste a non dotare ogni biblioteca di un adeguato staff di gestione (tra le ultime assunzioni per amministrativi al ministero nemmeno una è stata destinata alle biblioteche); e in generale si fatica a rinverdire l’età media degli impiegati, oggi prossima ai 60 anni, proprio in un momento in cui la linfa di persone giovani – sia per le novità tecnologiche sia per lo slancio progettuale – sarebbe invece essenziale.

A questo si accompagna la mortificazione di molti istituti di medio-grandi dimensioni: ormai soltanto 6 biblioteche nazionali (Napoli, Roma, Firenze, Genova, Torino, Venezia) sono dotate di un vero Direttore, mentre le altre o sono state ricondotte sotto il locale Polo Museale (dunque di fatto private di autonomia: è accaduto da ultimo alla Braidense di Milano) o hanno direttori che differiscono ben poco – in termini di status e di stipendio – dai loro peraltro mal pagati sottoposti: è possibile che chi governa la Biblioteca Palatina di Parma, la Biblioteca Estense di Modena, o la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, scrigni di inestimabili tesori per studiosi di mezzo mondo e dunque fonti di enormi responsabilità per chi li gestisce, abbia come unica remunerazione aggiuntiva 2.500 euro all’anno? Ci si può sorprendere se in questa situazione la medesima Laurenziana rischia di vedersi sfrattata dagli spazi che da decenni ha in affitto dall’attigua Basilica di San Lorenzo, perché il Ministero non paga più il canone di 50 mila euro? E che dire delle gloriose piccole biblioteche di Roma (Vallicelliana, Casanatense etc.) che mancano spesso di un organico amministrativo atto a sbrigare il lavoro minimo? E della Biblioteca Universitaria di Pisa, forte di 600 mila volumi, che sin dal terremoto dell’Emilia del 2012 risulta di fatto inagibile, e ha lasciato nel tessuto culturale di quella città un vuoto che si fatica a rimarginare?

La mancanza d’investimenti sulle persone porta spesso con sé, per le grandi biblioteche nazionali di conservazione, la difficoltà di offrire servizi di livello internazionale e di organizzare mostre di alto profilo – e questo nonostante gli sforzi davvero ammirevoli di tanti impiegati di alto livello che promuovono splendide attività con personale sacrificio e dispendio –. Altro discorso vale per le biblioteche territoriali dipendenti dagli enti locali, molto spesso esse pure depositarie di inestimabili tesori, ma per natura rivolte anche a un pubblico più vasto: lì il budget varia da Regione a Regione, da Comune a Comune, ed soffre le ristrettezze di trasferimenti statali sempre più esigui. Le iniziative tese a fare rete e a offrire servizi avanzati agli utenti più diversi (dagli studenti ai nuovi Italiani, dai professori ai disoccupati) sono così demandate non di rado alla creatività volontaria dei dipendenti e all’iniziativa locale: non frequenti, purtroppo, casi come quelli del Comune di Milano e della regione Friuli-Venezia Giulia, che da soli hanno investito in biblioteche e programmi a favore della lettura più di quanto il ministero tutto spende in un anno.

Sia a livello locale sia a livello nazionale pesa l’assenza di un adeguato supporto di rete che renda agevole la fruizione delle risorse digitali, così come di risorse atte a inverare il piano di digitalizzazione dei patrimoni interni (soprattutto fondi antichi, manoscritti, stampe etc.). E poi, una biblioteca è viva nella misura in cui continua a comprare sia libri nuovi (per i quali ci sono sempre meno soldi) sia libri antichi – e qui le risorse per intervenire sul mercato antiquario (anche esercitando il diritto di prelazione nell’acquisto da privati) sono obiettivamente al lumicino. I bravi bibliotecari fanno miracoli scovando occasioni, ma talvolta la necessità aguzza l’ingegno: commuovono i casi di crowdfunding come quello della Provinciale di Foggia dove l’abbonamento ai quotidiani è garantito da associazioni private, o quello della Biblioteca Civica di Belluno, che grazie ai propri lettori si è assicurata una rara edizione della Grammaticadell’uma

nista locale Urbano Bolzanio (1512), sviluppando attorno a questa acquisizione incontri e laboratori capaci di familiarizzare la popolazione (anche i giovanissimi) con un pezzo importante del proprio passato.

DECLINO Nessun governo le considera una priorità: mancano fondi per comprare i libri, l’età media del personale è di 60 anni, volumi antichi sono inavvicinabili, tutto è affidato alla buona volontà dei singoli.

 

FQ  17 luglio 2018