Gli effetti della “riforma” Franceschini

Che il sistema della tutela e della ricerca archeologica, organizzato attraverso le

Soprintendenze, avesse bisogno di una radicale trasformazione era, ormai da tempo, tema prioritario per quanti hanno a cuore il destino del nostro patrimonio culturale. La mancanza di nuove energie, a causa del blocco dei concorsi, la crescente burocratizzazione, la scarsità delle risorse, avevano creato ormai una situazione insostenibile. A ciò si aggiunga che molti funzionari, responsabili di singole aree, gestivano in modo feudale i territori sotto la loro responsabilità, difendendone i confini da intrusioni esterne, attraverso un “cerchio magico” di amici e collaboratori, scelti per affinità ideologiche o di scuola, dove merito e libertà della ricerca erano pesantemente condizionati da questi impermeabili assetti. Chi scrive aveva costantemente e con forza denunciato tale realtà, segnalando i comportamenti autoreferenziali e spesso arroganti di tanti funzionari, pagandone anche il prezzo politico. Per questo ha torto chi mi accusa oggi di essere un “lodatore dei tempi passati”, quando denuncio la cancellazione di fatto della tutela archeologica nelle Soprintendenze uniche “per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, istituite dalla Riforma Franceschini. E spesso sono in imbarazzo, quando in questa azione, mi trovo dalla stessa parte di funzionari, già interpreti del più rigido centralismo burocratico e del rifiuto di ogni reale apertura e collaborazione nella gestione ministeriale dei Beni Culturali.

Eppure sarebbe bastato, per riformare le Soprintendenze, lavorare sulla scia di figure come Luigi Bernabò Brea, Mario Napoli, Dinu Adamesteanu, uomini che avevano fondato la ricerca archeologica nell’Italia meridionale, puntando sulla collaborazione internazionale, su un rapporto organico con le Università, sulla capacità di una progettazione che, in Basilicata, aveva prodotto l’ineguagliabile collana di Musei archeologici, da Policoro a Metaponto, da Melfi a Potenza. E l’esempio di Adamesteanu aveva portato chi scrive a creare nel Salento il Museo Diffuso di Cavallino, l’Ecomuseo dei paesaggi di pietra ad Acquarica, il Parco dei Guerrieri a Vaste, l’itinerario delle mura a Castro, in stretta collaborazione con le Amministrazioni comunali, con il costante supporto di Francesco Baratti, un architetto sensibile ad approcci innovativi; grazie al suo impegno la Regione Puglia ha approvato la prima legge in Italia sugli Ecomusei.

In questa prospettiva l’Università avrebbe potuto giocare un ruolo significativo, attraverso forme di interazione tra Enti Locali, Ministero e Università. Invece nella Finanziaria del 2016 era stata inserita una norma in cui si autorizzava il Ministro dei Beni Culturali “alla riorganizzazione, mediante soppressione, fusione o accorpamento degli uffici dirigenziali, anche di livello generale, del Ministero”. Il Ministro Franceschini aveva preso a modello il sistema dei Beni Culturali che tanti disastri aveva già provocato in Sicilia, sopprimendo le Soprintendenze archeologiche. Un’archeologa siciliana Mariarita Sgarlata, in un suo recente libro, riassume con efficacia lo stupore degli addetti ai lavori per tale improvvida decisione: “Tutto si poteva immaginare tranne che una fuga in avanti, portatrice di non poche rogne nel sistema della tutela e della valorizzazione nell’isola, potesse diventare, a distanza di quasi trent’anni, un modello di ispirazione per la riforma “olistica” del Mibact.”.

Nonostante la Riforma fosse stata presentata come una semplificazione per i cittadini, in realtà l’apparato burocratico è stato ulteriormente rafforzato: restano le dodici Direzioni generali del Ministero, a queste si aggiungono i Segretariati regionali del Ministero, eredi delle inutili e dannose Soprintendenze regionali, vengono poi le Direzioni dei Poli museali, con i 20 super-Musei autonomi.  Con la legge Madia, le Soprintendenze erano già state messe sotto il controllo delle Prefetture. Come contentino per gli archeologi, il Ministro aveva creato una ulteriore struttura: l’Istituto Centrale per l’Archeologia, con il compito di coordinare e di promuovere la ricerca nel settore; solo sulla carta però, perché privo di mezzi e di personale, una beffa insomma. Ma non c’era già l’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte? Era stato fondato nel 1918 da Benedetto Croce, pubblica una Rivista di grande prestigio, ha una Fototeca ed una Biblioteca di enorme valore, bisognosa tuttavia di una sede adeguata. Ma qualche nostro politico “riformatore” lo aveva inserito di recente nella lista degli Enti inutili, invece di adoprarsi per trovare una sede adeguata alla Biblioteca.

E poi l’istituzione del Musei autonomi, staccati dal territorio, in una realtà come l’Italia in cui i musei sono riflesso non del collezionismo ma della variegata storia delle singole regioni. Anche a Paestum, dove un dinamico direttore promuove tante iniziative, il Museo è responsabile solo dell’area del Parco, dove si trovano i celebri templi, ma tutto il resto della città rimane sotto la giurisdizione della Soprintendenza e reperti come le lastre dipinte delle tombe lucane, che prima erano custodite nel Museo, ora saranno destinate ad altre sedi! In sostanza, mentre prima la divisione delle competenze distingueva l’archeologia, rispetto alle Gallerie ed ai Monumenti, ora separa i diversi ambiti della stessa archeologia, dando origine a contenziosi inenarrabili, ma che qualcuno, amante dell’horror, dovrebbe saper raccontare. Intanto la ricerca archeologica è ferma in tutta Italia, nonostante i media riportino con insistenza le straordinarie scoperte dei nuovi scavi a Pompei, con l’ennesima parete dipinta con figure di Eroti e con il celebre rosso pompeiano. In effetti la città vesuviana viene usata per distrarre il pubblico rispetto ai disastri della Riforma, e costituisce effettivamente una delle rare realtà positive, grazie ai fondi europei ed alla efficace gestione dell’attuale soprintendente; ma proprio Pompei è il sito in cui non servono nuovi scavi che espongano al degrado altre strutture, mentre c’è tanto da fare nel restauro, nella pubblicazione e nella gestione del turismo di massa.

Sino ai decenni finali del secolo scorso il modello italiano di tutela dei beni archeologici era citato a esempio dai colleghi francesi, i quali non mancavano di metterne in evidenza le nobili tradizioni. E come poteva essere diversamente se pensiamo che, già nel 1515, il papa Leone X aveva nominato Raffaello Prefetto alle Antichità di Roma e che, nel 1820, con l’editto del Cardinale Pacca, sotto il papa Pio VII Chiaramonti, si istituiva il più innovativo sistema di gestione delle Antichità e degli scavi, il primo nel pianeta. Ma anche lo Stato italiano aveva fatto approvare, nel 1939, la legge Bottai, di assoluta avanguardia per i validi principi nella tutela e nella gestione dei beni culturali.

Poi, gradualmente, le cose sono cambiate e sempre più difficile è diventata in Italia la protezione del nostro Patrimonio Culturale, specie con i governi Berlusconi e con ministri come Tremonti (“con la Cultura non si mangia”) e, per i Beni Culturali, con personaggi come Bondi, Galan (universalmente noto come grande esperto di arte e di archeologia) e come lo sconosciuto Ornaghi, tra crolli a Pompei e disastri nei Parchi archeologici in Sicilia e altrove.

Intanto i francesi creavano nel 2002 l’INRAP (Institut national des recherches archéologiques préventives (Istituto nazionale delle ricerche archeologiche preventive), un Ente pubblico sotto la tutela dei Ministri della cultura e della Ricerca, con 8 Direzioni interregionali, 44 centri di ricerca archeologica, operanti in collaborazione con le Università. Per rendersi conto della sua importanza basta consultare il sito, molto ben fatto, che si apre con una frase pomposa, in perfetto stile transalpino:”Nous fouillons. C’est votre histoire” (Noi scaviamo. E’ la vostra storia). Ed hanno ragione ad essere orgogliosi, i cugini d’Oltralpe, con un budget annuo di 160 milioni di Euro, 2210 assunti in organico, e con numerose offerte di impiego (da noi le opere pubbliche devono sì prevedere indagini archeologiche preventive, ma i nostri archeologi devono contrattare direttamente con gli Enti il compenso e gli Enti assumono quelli che praticano il ribasso maggiore, pur di lavorare, ovviamente senza alcuna garanzia di competenza scientifica). Una grande impresa culturale, quella francese, che ha fatto dichiarare al presidente dell’Ente Dominique Garcia :” L’INRAP ha trasformato la Francia in un grande sito archeologico”. Va detto che Garcia è un archeologo protostorico; da noi avrebbero nominato un burocrate, un politico decotto da sistemare o, nel migliore dei casi, un architetto. Tutto questo mentre in Italia la Riforma Franceschini sta lentamente spegnendo l’archeologia, creando, in particolare nell’Italia meridionale, danni ormai irreversibili ad una delle principali risorse delle nostre terre. Fenomeni inquietanti segnalano intanto un graduale allentamento della sensibilità culturale e del senso civico: incendio della villa romana di Faragola, ad opera della malavita foggiana, tuttavia presto dimenticato. L’altro giorno, proprio nel centro di Lecce, in un pomeriggio affollato di turisti e di cittadini, alcuni giovani teppisti sfondavano a calci, per puro vandalico divertimento, i vetri delle finestre progettate dall’architetto Andrea Bruno a Piazzetta Castromediano, che permettevano di osservare le strutture archeologiche romane e medievali portate alla luce dagli scavi. Il tutto tra l’indifferenza generale, senza che nessuno intervenisse per bloccare i delinquenti in erba e sinora non si sa se questi siano stati identificati e costretti a ripagare i danni.

*professore emerito di Archeologia Classica presso l’Università del Salento

Gazzetta del Mezzogiorno, 25 maggio 2018