Quando dissi all’Assemblea dei comitati fiorentini del febbraio 2017 che il programma urbanistico della Amministrazione comunale fiorentina si sarebbe facilmente riassunto nell’obbiettivo di trasformare Firenze in una “smart city”, non

volevo certo farne un elogio. Ed ecco che, come averlo evocato, al cambio di assessore all’urbanistica, il fatale binomio entra nel titolo dell’Assessorato guidato da Stefano Bettarini.

Cosa sono le smart city? Una prima definizione ci suggerisce quella di “città utile,città capaci di “attirare gli investitori” (uno slogan ossessivamente ricorrente del non più nuovo Sindaco filoimmobiliarista), innanzi tutto perché offrono infrastrutture come strade scorrevoli, aeroporti, servizi di “interesse generale” e di “alta qualità” (alias con elevato grado di automazione e interconnessione digitale). Che abbiano almeno una Università in grado di mettere a disposizione esperti nei settori chiave delle tecnologie integrate al modo di produzione, in particolare nel campo dei “big data”, dei “sistemi distribuiti”, del “data intelligence”, dell’erogazione di “servizi smart”, e via “innovando”; inoltre devono garantire produttività, mobilità, e adattabilità al cambiamento della mano d’opera; devono essere in grado di migliorare la “raccolta di risorse” interrompendo i “cicli di dipendenza”, ad esempio smettendo di sovvenzionare l’abitazione e i servizi urbani per abbandonarli eventualmente al mercato privato; devono assicurare garanzie di “pace sociale” dando prova di governance efficace nella messa in scena della partecipazione; infine, ma è un aspetto primario, sono provviste di un grado sufficiente di “eco-sostenibilità”.

Questo elenco mette a nudo l’agire del sindaco e del suo maestro e predecessore: dall’illuminazione a risparmio energetico, al furore infrastrutturale metropolitano in continua mobilitazione, con l’esito già tangibile a nord-ovest di un colossale junkspace. Ecco comparire le finte, tristi consultazioni de “I cento luoghi”, poi le inutili maratone d’ascolto, le incresciose audizioni con assessori e commissioni consiliari. Cui si aggiunge da ultimo la governance da sceriffo che cavalca gli artefatti e contraffatti bisogni di sicurezza e legalità, riesumando la poco ironica categoria del “decoro urbano”riaffiorato minaccioso dalla melma che lo aveva sepolto, un secolo fa, insieme a trine e merletti e alle “ottime cose di pessimo gusto”.

Oltre che intelligente, smart ha vari altri significati quali: “alla moda”, “malizioso”, “abile”. Ed ecco che si vedono amministratori abilitarsi e mobilitarsi come agenti immobiliari per vendere splendidi edifici pubblici, complessi del demanio statale o locale agli investitori del lusso, predatori dell’arte contenuta o significata dalla città antica, ai parassiti di una “forma urbis” che in combinazione (o in temporaneo conflitto) con le diverse branche dell’industria turistica, stanno rapidamente trasformando la città storica in un vuoto, muto simulacro.

È la nuova dimensione della «metropoli dell’intelletto astratto, dominato soltanto dal fine della produzione e dello scambio di merci» (Cacciari, La Città, 2010). È il dominio dell’interesse privato; il territorio deve poter essere occupato senza regole, neppure quelle più semplici, dei minimi standards urbanistici.

La possibilità di riequilibrare i privilegi del “centro,” delle aree centrali rispetto alla povertà di una periferia disarticolata e senza forma non è più un argomento e tantomeno un problema. Con la neoliberistica riduzione dei trasferimenti finanziari agli enti locali, che ha convertito in appalti la pianificazione pubblica, sono i fondi di investimento finanziario a decidere la trasformazione urbana. Così gli amministratori pubblici hanno trovato la nuova religione che ha dato loro felicità e sicurezza: in un sol colpo hanno fatto fuori le fastidiose e incomprensibili responsabilità sociali e la disciplina urbanistica che ne rappresentava conflitto e complessità. Basta mettersi al servizio e la strada è spianata.

Il simulacro agisce anche per l’amministratore, come immagine guida, impedisce di leggere la realtà, ha origine da una pseudo cultura effimera e superficiale di facile consumo, nutrita di luoghi comuni. Non necessita di una vera produzione culturale, perché questa imporrebbe una sosta, un approfondimento e una riflessione che crea troppi intoppi all’industria turistica.

In questa modalità di fruizione anche la città perde la necessità delle sue forme. L’ubiquità della connessione istantanea, nel nostro mondo, toglie valore allo spazio del quotidiano. Lo spazio viene tradotto in puro tempo di percorrenza.

Credo che affrontare la contraddizione che la nostra corporeità, il bisogno di luoghi (il nostro stesso corpo è luogo), crea contro il dinamismo della comunicazione della città piattaforma, è parte di una lotta di resistenza e di liberazione. E questo conflitto interviene anche nel tempo liberato dal lavoro, in cui ascriviamo il tempo dedicato al turismo.

Sul piano dell’azione urbana penso che la parola d’ordine debba riassumersi nella battaglia per la trasformazione della periferia in città. Si tratta di progettare, nel magma dell’insignificanza, nessi tra le parti caotiche, di ristabilire logica e metrica delle relazioni tra spazi oggi interclusi, di lavorare sugli spazi vuoti e riempirli solo di significato, simbolico o almeno visivo, funzionale a una riconfigurazione che ha, nel farsi, valore liberatorio.

Ora questa periferia che vorremmo in trasformazione virtuosa, include grandi edifici dismessi cui verrebbero conferiti nuovi ruoli, in forza delle configurazioni spaziali ritrovate e disponibili ad essere rielaborate in un processo in cui prende corpo il progetto di città. Questi edifici sottratti per nuovo interesse pubblico, al profitto privato vanno (potrebbero andare), a costituire una nuova armatura urbana. I nuovi siti cioè quei luoghi conferiti di nuove relazioni di contesto, offrirebbero ricerca e produzione di sapere per un turismo più formativo e più interessante. (Ad es. dei grandi spazi aperti e al chiuso di una Manifattura tabacchi, della piazza dell’Isolotto per attivare la comprensione iconologica delle opere che, selezionate e comprese si vedranno nei Musei della città antica). La stessa ricostruzione di questa città capitalistica periferica e informe, diventerebbe meta culturale prima che turistica e non solo per specialisti.

Per questo progetto abbiamo gli strumenti teorici e bozze di disegni che potremmo cominciare a discutere pubblicamente. Per non lasciare tranquilli i responsabili di questa distruzione della città in tempo di pace.

 

http://www.perunaltracitta.org/2018/01/23/firenze-la-distruzione-della-citta-tempo-pace/