In inglese “patrimonio culturale” si dice Cultural heritage. Ma la traduzione letterale di questa espressione –“eredità culturale” – ha da ieri una nuova sfumatura di senso. Paolo Storchi ha infatti annunciato che investirà  una parte consistente della somma che ha vinto a L’Eredità di

Fabrizio Frizzi in un progetto strettamente legato al patrimonio culturale: uno scavo archeologico. Paolo, 32 anni, ha una laurea triennale in lettere classiche, una magistrale in archeologia, un master in bioarcheologia, paleopatolgia e antropologia forense, la specializzazione in Beni archeologici  e un dottorato in topografia antica. Quello che non ha, e non riesce ad avere, è un finanziamento  per un sogno che coltiva fin da bambino: trovare  l’antica Tannetum, un centro gallico tra la sua Reggio Emilia e Parma. Perche’ – ha spiegato Paolo –“fare ricerca in Italia è già difficile se ti occupi di materie scientifiche. Quando vuoi fare l’archeologo, investendo tutto il tuo sapere nella cultura, diventa impossibile”. In questa Italia tutta concentrata sugli incassi di pochi supermusei, è inaudita l’idea che il patrimonio sia diffuso capillarmente sul territorio e che non viva se non attraverso la produzione di conoscenza. Ma Paolo non si e arreso, e quando sua mamma l’ha iscritto all’Eredità  non si è tirato indietro: “Volevo andare in tv a raccontare agli italiani cosa fosse Tannetum”. E’ questo il bello dell’Italia: il servizio pubblico gli italiani se lo fanno da soli. Così come il finanziamento della ricerca. L’associazione gioco-patrimonio culturale non è nuova. Nel 1997 Walter Veltroni  ebbe la pessima idea di legare l’azzardo di Stato (il Lotto) al finanziamento della cultura. Erano gli anni dell’ubriacatura “modernizzatrice” sull’onda dell’Inghilterra di Blair.   E un grande storico inglese, Tony Judt, scrisse poi che “invece di riconoscere la necessità di determinati servizi pubblici si coprono tali spese con gli introiti delle lotterie, le quali contano sul sostegno dei segmenti meno informati e più poveri  della società…Ai tempi della socialdemocrazia erano i ricchi e i ceti  medi a essere tassati per garantire a tutti la disponibilità  di biblioteche e musei”. Ora che la socialdemocrazia l’abbiamo rottamata, rimangono i quiz televisivi. “Chissà – si è chiesto Paolo – se non è  arrivato Il momento che anche l’Italia si accorga che la ricerca ha bisogno di più sostegno. Chissà.

Repubblica, 17 gennaio 2018