I banchetti delle elementari, con le chewing-gum, il disegnino osceno sul bordo e persino – vera archeologia scolastica, però attualissima – uno “scemo ki legge” nell’angolo. Sono quelli che hanno usato Chiara Frugoni, Adriano Prosperi, Michele Feo e tanti altri ieri per studiare in piazza a Pisa.

Non ripetenti da record, ma ripetitori per passione del messaggio di un flash mob: “A cinque anni dalla chiusura, riaprire la Biblioteca Universitaria di Pisa”. La Biblioteca, proprietà del MIBACT, è chiusa dal 2012 e nessuno sa dire perché e per quanto. Prima s’è detto per il terremoto: ma una perizia ha dimostrato che lo storico edificio soffriva piuttosto per i materiali carenti e per l’incuria pluridecennale. Poi per consentire una ispezione strutturale: che s’è fatta tranquillamente senza spostare i libri. Poi per preservare dai lavori (?!) i libri, che sono stati mandati in deposito a Lucca: ma i lavori finiranno tra quattro mesi e non si parla di rientro. L’impressione è che non si tratti ormai più di un conflitto tra enti dello Stato, che tutti insieme (MIBACT, Comune, Università) non hanno saputo trovare una soluzione che convenisse a loro e soprattutto ai cittadini; ma di una più o meno tacita convenzione a non-fare, a non saper neppure pensare un bene – la più antica e ricca biblioteca cittadina – che è di tutti ma che, nei fatti, non è voluta da nessuno. Questo sembra il problema: l’ormai cronica incapacità di tutti gli attori di progettare, anzi di immaginare qualcosa che vada oltre un gretto egoismo, quello che ha i confini di un mandato elettorale, di un ufficio, di una direzione generale. Le istituzioni sono malate, si dice spesso; ma quel che si vede è che i funzionari che danno loro anima e fiato non hanno le capacità di elevarsi, con tutto il rispetto, sopra il livello degli gnomi.