DOPO anni di inchini compiacenti, un soprintendente fiorentino torna a fare ciò per cui lo paghiamo. Cioè applicare la legge, e — in scienza e coscienza — difendere l’integrità della città. E, immediatamente, scoppia l’indignazione dell’amministrazione, e dei suoi accoliti. D’altra parte, proprio in queste ore una ministra assai in vista concorda pubblicamente con Matteo Salvini su un obiettivo esplicito e preciso: abolire le odiate soprintendenze.

È vero, il soprintendente Andrea Pessina ha probabilmente scritto una riga di troppo, nella sua lettera: quella in cui esprime perplessità sulla politica “culturale” dell’amministrazione Nardella, cioè sulla routine per cui opere contemporanee vengono esposte in contesti storici. Qua si va a toccare l’autonomia di chi governa la città che ne risponde ai cittadini, e non ai soprintendenti.
Benissimo. Da cittadino vorrei allora dire che, nel merito, concordo con ogni parola di Pessina. Il sindaco- assessore alla cultura ha consegnato la politica artistica di Firenze al principale dei suoi consiglieri. Il quale ripete ovunque lo stesso copione immutabile: un’opera “contemporanea” viene inserita in un luogo monumentale e celeberrimo della città. Fine. Seguono le autocelebrazioni sulla “coraggiosa e audace scelta di far dialogare antico e moderno”. Noi sì che siamo moderni. Applausi della corte.
Vorrei chiarire un punto fondamentale, prima di fare due obiezioni radicali. Non c’è nulla di sbagliato (o di dissacrante, o di irriverente) nel dialogo tra antico e contemporaneo. Semmai è un’idea vecchia: ha oltre cinquant’anni di vita, e già negli anni ottanta era la mania di molti arredatori. Dunque non c’è scandalo, perché non c’è nulla di nuovo. Il problema è un altro.
Primo. Non c’è alcun dialogo, perché Palazzo Vecchio ripesca cose vecchie nate per altri contesti, e si limita a schiaffarle al centro delle cartoline fiorentine. Prendiamo la poltrona ginecologica di Gaetano Pesce: è stato quest’ultimo a rivelare che essa doveva essere esposta in piazza della Signoria (in rete gira anche un rendering), ma dopo una fuga di notizie estiva, Nardella, per prudenza, l’ha dirottata a Santa Maria Novella. Allora, che dialogo è? Se la stessa cosa può dialogare indifferentemente con piazza della Signoria e piazza Santa Maria Novella vuol dire una cosa sola: che non dialoga con niente, se non con se stessa. Qui non siamo alla sartoria, siamo al grande magazzino. Anzi, all’outlet del vintage: perché Koons, Fabre e Pesce ci hanno rifilato vecchie idee nate per tutt’altri contesti.
Secondo. Chi è davvero conservatore? Chi usa Firenze come una quinta monumentale buona a sdoganare la qualunque o chi denuncia lo sciacallaggio intellettuale di questa stanchissima messa a reddito del nostro centro storico? È Pesce che valorizza Leon Battista Alberti o non invece è il solito giochetto dei nani inerpicati a forza sulle spalle dei giganti?

Volete essere rivoluzionari? Portate l’arte nelle periferie, portatela dove la vita quotidiana declina verso il brutto e l’abbandono. Si crei davvero qualcosa di nuovo, invece di vivere di rendita alla spalle di un passato che si dice di voler superare, e che invece si strumentalizza senza ritegno. Davvero il soprintendente aveva torto a parlare di politica culturale: perché è da un pezzo che a Firenze non se ne vede una.

Repubblica-Firenze, 24-11-2016