Gentile Ministro,

In occasione del terremoto del 1997 mi sono occupata della rimozione delle opere d’arte dei comuni di Norcia, Preci e Cascia. Piccoli gruppi di lavoro composti da storici dell’arte della Soprintendenza, restauratori forniti di furgoni attrezzati e Vigili del Fuoco. Un metodo semplice che partiva dalla conoscenza del territorio anche attraverso il coinvolgimento

dei parroci, degli storici locali, degli ispettori onorari. Sul posto si provvedeva alla redazione di schede anagrafiche, a fare fotografie mirate e ambientali, all’imballaggio adeguato ma veloce, ai trasporti in sicurezza. Nei giorni scorsi in silenzioso pellegrinaggio e con il rispetto che si deve a un paese colpito da tanto dolore, sono tornata in quei luoghi per i quali molto avevo cercato di fare, come funzionario dello Stato, per tutelare e conservare quel patrimonio d’arte, vera palestra per storici e storici dell’arte, inscindibile dall’identità del territorio. Proprio per difendere questo patrimonio negli anni 70 fu redatto il piano pilota di Giovanni Urbani provocando un ampio dibattito da cui sono scaturiti progetti specifici per tutelare il patrimonio in situ e mettere a punto modalità conservative delle opere. Nel mio recente viaggio al dolore provato nel vedere lo scempio del patrimonio, si è aggiunto sconcerto, incredulità e indignazione, ed è il motivo per cui Le scrivo, nell’assistere a un prelievo di opere mobili dalla chiesa di san Leonardo di Montebufo (Preci). Un’operazione delicata dove alcuni coraggiosi uomini dei Carabinieri, ai quali va la mia massima stima da sempre, mandati in un luogo sconosciuto, in una chiesa mai vista, senza l’ausilio di un funzionario della Soprintendenza che li supportasse, di un restauratore, hanno prelevato opere mobili con metodologie inconcepibili per uno Stato che ha sempre garantito, attraverso i suoi funzionari, qualità e eccellenza. Le tele rimosse sono state disposte a terra, sul prato bagnato o sull’asfalto, alcune sommariamente imballate. Non ho visto fare una fotografia né un inventario. Trasportate in orizzontale le tele sono state caricate, una sopra l’altra, su un furgoncino di una ditta edile, coperte da un grezzo telo di plastica da muratore. Più tardi ho saputo che il mezzo (con un bel cartello esplicativo “mezzo adibito al prelievo e trasporto di beni culturali”) era stato utilizzato per altre tredici chiese, tra queste San Salvatore a Campi. A ciò si è aggiunta la completa assenza di coinvolgimento dell’unica persona ancora presente nel paese. Messa a debita distanza dalla chiesa guardava le operazioni con lo sguardo di chi vede cancellare la propria storia senza poter dire nulla.

È necessario ridare competenze, fiducia, autorità e mezzi alle Soprintendenze, senza cancellarle, ma selezionando funzionari e dirigenti per il valore che esprimono. Mi auguro che Lei possa intervenire affinché le sorti dei segni della nostra identità possano essere nuovamente condivise con quelle persone

che, con fatica e sacrifici, dovranno ricostruire il loro futuro e non abbandonare, questa volta per sempre, questi luoghi massacrati, non solo dai terremoti.

 

Vittoria Garibaldi
L’autrice è stata soprintendente per i Beni storici e artistici dell’Umbria

Repubblica, 24/11/2016