Ma il Fai vota Sì al referendum costituzionale?

Mi spinge a domandarlo un mail di Marina Colonna, entusiasta volontaria del Fai («mi sono guardata intorno e ho visto quanto il FAI può contribuire alla nostra Italia nel modo

migliore») rimasta assai delusa da una intervista in cui il presidente del Fai Andrea Carandini ha dichiarato: «Mi risulta che ora per la prima volta il ministero dei Beni Culturali abbia un progetto per il turismo, il ministro Franceschini ci sta lavorando. Certo se vince il “No” al referendum e la politica turistica continua a essere gestita dalle Marche, dall’Umbria o dal Veneto non si va da nessuna parte. Le regioni sono state una catastrofe, e lo dico io che ero un convinto regionalista!».

Ecco il commento della volontaria: «Perché spendersi così tanto per il referendum? Non è forse il FAI un’oasi che per anni è rimasta superiore alle litigate politiche? Se uno dei delegati del FAI si azzarda a candidarsi in politica anche in un comune piccolo deve togliersi da qualsiasi ruolo all’interno del FAI perché bisogna garantire l’imparzialità della fondazione. Ma non vale anche per il nostro presidente? … Io non ho deciso cosa votare al referendum ma perché il FAI mi deve dire che se vince il NO non si va da nessuna parte?». Mi paiono parole assai sagge, e c’è da sperare che da Giulia Maria Crespi arrivi la conferma che Carandini ha parlato a titolo personale (d’altra parte è uno dei firmatari del manifesto dei 250 per il Sì), non impegnando il Fai.

Ma accanto al metodo c’è anche il merito, perché la riforma costituzionale dice esattamente il contrario di ciò che ha capito Carandini.

Il nuovo articolo 117, è vero, assegna allo Stato le «disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo» e la «tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», ma poi – con macroscopica contraddizione – stabilisce che «spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo».

Un pasticcio gattopardesco, dunque: che cambia tutto per non cambiare nulla.

Ora che le Regioni si vedono dare in Costituzione  la potestà di disciplinare per legge il ‘loro’ turismo e di «promuovere» i loro beni culturali, le Marche, Umbria e Veneto citate da Carandini – e tutte le altre – saranno perfettamente legittimate a spendere e a spandere, fuori di ogni controllo.

Ecco dove si va, se vince il Sì.

http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2016/10/19/il-fai-il-referendum-e-la-politica-del-turismo/