Sette grandi tele del Tiepolo finiscono in casa Benetton

Tomaso Montanari

Estate 2021: Vicenza, Italia. Di fronte agli sguardi attoniti dei visitatori, un gruppo di trasportatori entra nelle sale di un palazzo dello Stato che ospitano un museo e inizia a smontare sette grandi “quadri” (due dei quali alti quasi cinque metri). Di fronte alle domande incalzanti dei turisti, uno degli operatori, alla fine, risponde: “Noi non c’entriamo: è che li hanno comprati. Li stiamo portando nella villa dei nuovi proprietari. Se si potranno visitare? Be’, se vi invitano a cena…”. Un racconto di fantasia? No, solo l’anticipo di quel che succederà esattamente tra una settimana se lo Stato non si sveglia.

Il museo è il Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio e Palladio Museum, uno dei più importanti centri di ricerca storici-artistici d’Italia, a cui la famiglia Franco aveva affidato con un comodato decennale (stipulato solo quattro anni fa, nel 2017) la parte più spettacolare degli affreschi che Gian Domenico Tiepolo aveva realizzato nella grande sala del Palazzo dei Valmarana a Vicenza, poi passato alla famiglia Franco. Sono appunto sette grandi affreschi, trasportati su tela, che rappresentano storie di Ercole, con dèi e satiri. La loro storia è bella e terribile, come accade spesso con il patrimonio culturale della nostra Italia.

Dopo il primo bombardamento alleato di Vicenza (25 dicembre 1943) l’ingegnere e architetto Fausto Franco cercò in ogni modo di convincere la Soprintendenza di Vicenza a staccare gli affreschi dal palazzo di famiglia: lui stesso era Soprintendente di Trieste, e sapeva bene quanto la mancanza di soldi e di personale (ma no?) rallentassero la gigantesca e vitale operazione di messa in sicurezza delle infinite opere d’arte a rischio di distruzione. La preoccupazione divenne panico dopo il 18 febbraio 1945, quando una bomba centrò il Palazzo Trento Valmarana, adiacente a quello dove viveva sua madre, in contra’ San Faustino 23, che ancora apparteneva ai cugini Valmarana, e che era affrescato dai due Tiepolo. Quasi nulla si salvò. Alla fine, ottenuto almeno l’assenso verbale del collega vicentino, Franco si procurò 300 metri lineari di cotone e 50 metri di tessuto di canapa e si dette il via a una campagna di 17 stacchi di affreschi.

Le pitture erano salve: anche se al prezzo salatissimo di averne reciso il legame con l’architettura e con la storia. Per evitare guai peggiori, le si sarebbero immediatamente dovute vincolare alla permanenza a Vicenza, e alla conservazione contestuale: così non fu, e oggi si trovano divise in varie sedi (una è l’Hilton di Roma, simbolo dello scempio urbanistico della Capitale!). Il nucleo più cospicuo è, appunto, quello delle sette grandi “tele” ancora oggi esposte al pubblico godimento nelle sale del Centro Palladio a Vicenza. Ma il 10 maggio scorso, gli ultimi eredi di quel coraggioso Fausto Franco le hanno vendute: per 1.850.000 euro. E le hanno vendute ad Alessandro Benetton, il secondogenito di Luciano. E ora quel che non fecero le bombe della guerra potrebbe fare la forza senza freni del mercato: cancellare quelle opere dal patrimonio conoscibile della città di Vicenza.

Una via d’uscita ci sarebbe ancora: la prelazione. Lo Stato può comprarle, al prezzo dichiarato dalle parti. Ma non lo sta facendo: per mancanza di soldi. Come presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti, che deve dare il suo parere su prelazioni e acquisti coattivi, devo testimoniare che il ministro Franceschini ha sempre cercato di trovare i soldi per queste operazioni (ma nei limiti di un bilancio da lui stesso costruito). Questa volta, tuttavia, nulla è arrivato: nonostante la lettera ufficiale con cui il sindaco di Vicenza ha chiesto al ministro di esercitare la prelazione.

Le ragioni per farlo sono evidenti: la qualità; l’importanza storica, vicende belliche incluse; il fatto che sarebbero sottratte a un’esposizione pubblica in un palazzo demaniale; il nesso con le pitture stratosferiche dello stesso Gian Domenico e del padre Giambattista nella vicina Villa Valmarana; l’intenso palladianesimo che congiunge quelle immagini al Teatro Olimpico. E poi – non si può proprio tacerlo – anche la vergogna di uno Stato che dà alla famiglia Benetton 2 miliardi e mezzo di euro, dopo quel che è successo al ponte Morandi, a Genova, e poi non trova meno di 2 milioni di euro per non lasciare a un Benetton un pezzo di storia comune, ricomprandoselo peraltro a un prezzo più che generoso per il proprietario.

Si potrebbe aprire qua il capitolo annoso del delirio con cui sono allocate le risorse dello Stato: troviamo 18 milioni e mezzo per l’assurda e dannosa arena del Colosseo, ma non troviamo un decimo esatto per questi affreschi. Il nefasto Pnrr inonda di soldi lo stadio della Fiorentina (90 milioni!), ma non dà un euro per la tutela vera e urgente dei nostri beni più preziosi. E si potrebbe continuare per pagine e pagine, enumerando boiate monumentali come il Museo Nazionale dell’arte Digitale, e altre scempiaggini.

Ma andiamo al punto: non esistono a Vicenza dieci ricchi, solleciti del bene comune, capaci di donare al ministero della Cultura i soldi necessari per comprare quegli affreschi? Qualche illustre giornalista direbbe che costano come due appartamenti medi: possibile che non si trovi nessuno, in quella terra ricca e affezionata alla propria storia? O ancora meglio: non potrebbe Alessandro Benetton comprendere che in questo momento, dopo tutto quello che è successo, da un esponente della sua famiglia (per quanto geloso della sua indipendenza, come lui) ci si aspetta un’attenzione all’interesse pubblico superiore alla media di questo povero Paese? E non potrebbe dunque acquistare quei pezzi di Vicenza, ma per donarli poi subito a Vicenza stessa, lasciandoli per sempre nel museo in cui si trovano? Troppo generoso per essere vero?

Di certo, il trasporto delle “tele” avverrà di notte: come si addice alle inumazioni segrete. A essere seppellito sarà l’interesse pubblico, il bene comune. E anche la decenza.


Post scriptum a cura della redazione – 8 luglio 2021

Il Ministero della Cultura ha comunicato che eserciterà il diritto di prelazione, riportiamo di seguito il testo del comunicato stampa:

“Dopo un’attenta valutazione da parte della Soprintendenza di Rovigo, Verona e Vicenza, l’assenso della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e il parere positivo espresso oggi dal Comitato Tecnico Scientifico per il patrimonio storico e artistico, il Ministero della cultura eserciterà il diritto di prelazione sulle sette opere di Tiepolo, che andranno ad arricchire il patrimonio culturale pubblico”.

Così il Segretario Generale del Ministero della cultura, Salvatore Nastasi, annuncia la decisione di acquisire in via di prelazione la serie di sette affreschi di Giandomenico Tiepolo “strappati”, applicati su tela provenienti da Palazzo Valmarana Franco di Vicenza, raffiguranti Ercole e Cerbero incatenato; Giove; Figura femminile con la clava; Ercole e l’Idra; Ercole sul rogo; Satiro con vaso di fiori; Satiro con vaso e satiressa con tamburello

I sette affreschi, dichiarati di interesse artistico e storico eccezionale con decreto del 3 luglio 1989, furono rimossi con la tecnica dello strappo sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nel marzo del 1945. Attualmente sono conservati in comodato presso Palazzo Barbaran Da Porto di Vicenza, sede della Soprintendenza, del Centro Internazionale Andrea Palladio e del Palladium Museum

Roma, 7 luglio 2021

Ufficio Stampa MiC


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 6 luglio 2021. Fotografia dal Catalogo generale dei beni culturali.

 

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