di Tomaso Montanari

“Governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica”: la sintesi vivente delle prescrizioni del presidente Mattarella è Dario Franceschini, eterno ‘rieccolo’ delle correnti tardodemocristiane, smentita vivente della precarietà del lavoro culturale: chi ha un lavoro più sicuro di lui? Ma sarebbe ingeneroso non vedere che una novità c’è: il nome del Mibact cambia, passando da “Ministero per i Beni e le attività culturali e il turismo” a “Ministero della Cultura”.

La Cultura: dunque il Pd ha chiesto qualcosa di femminile. Non è un cambiamento irrilevante. Nel momento in cui si tornava a scorporare il Turismo (ottima cosa, questa: anche se dovuta alla fame di dicasteri di un governo pletorico), ci si è ben guardati dal lasciare lo spazio al patrimonio culturale, così bisognoso di cura e attenzione. E si è preferita una dicitura suggestiva, quanto pericolosa: che lasciasse in ombra la tutela e promuovesse la retorica della cultura.

In Italia, infatti, l’abbiamo avuto un Ministero della Cultura (Popolare): lo volle Mussolini nel 1937, e fu cancellato, grazie alla Liberazione, nel 1944. Era il simbolo del controllo del fascismo sulla cultura, sull’espressione, sul pensiero. E fu contro quella stagione orribile che la nostra Costituzione proclama che “Le arti e le scienze sono libere” (art. 33).

Quando, nel 1974, Spadolini volle il Ministero alla cui poltrona è oggi incollato l’avvocato ferrarese, lo chiamò (echeggiando riflessioni di Norberto Bobbio) “per i beni culturali” e non “dei beni culturali”: proprio contro quel genitivo che esprimeva un’idea di possesso e direzione della cultura. Ma oggi siamo nell’epoca della Netflix della Cultura e dell’arena del Colosseo: l’epoca del Ministero DELLA Cultura DI Franceschini. Chiamiamolo pure Ministero della Propaganda.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 14 febbraio 2021

Fotografia di BTO da Flickr