di Tomaso Montanari

“Louvre: 80.000 euros pour un rendez-vous privilégié avec la Joconde: Mona Lisa nue”. Questo titolo di Le Point offre la giusta chiave di lettura per la scelta del presidente-direttore del Louvre Jean Luc Martinez, che martedì scorso ha messo all’asta da Drouot e Christie’s il lotto “Joconde mania”: la possibilità, per due persone accompagnate dallo stesso Martinez, di assistere all’esame annuale del quadro di Leonardo, estratto dalla sua custodia antiproiettile.

Traduzione mediatica immediata: un appuntamento esclusivo con Monna Lisa nuda. Una traduzione inequivocabilmente sessista: non per caso, visto che oggi dominio maschile e totalitarismo del mercato sono inseparabili, e il denaro assicura prima di tutto il dominio sui corpi, e sul corpo delle donne in particolare.

La Gioconda-escort è solo il più trash dei lotti proposti dal Louvre. Per 18.000 euro si può passare la notte aggirandosi per il museo al buio con una torcia elettrica. Per 11.000 euro si compra un pic-nic, preparato dallo stellatissimo Meurice, sul tetto dell’Arc du Carrousel. E per 20.000 è stato aggiudicato un tour guidato alle golosità nei quadri del Louvre, poi corso-lampo di pasticceria al Ritz, con pernottamento. Nella stessa asta, Dior, Louis Vuitton, Moët Hennessy e Vacheron Constantin offrono i loro “prodotti” di lusso variamente abbinati ad esclusivissime esperienze al Louvre. Totale della somma incassata dal museo: 2.365.000 euro. I sindacati del Louvre hanno commentato, con amara ironia, che “il museo ha avuto il suo Black Friday”, e il presidente-direttore ha ribattuto rallegrandosi che i “mecenati” “restino fedeli all’appello alla solidarietà e all’educazione per un museo aperto a tutti, e soprattutto ai giovani e alle famiglie”. Ma Jean-Michel Tobelem – professore di Museologia alla Sorbona, che ha duramente criticato l’iniziativa, ricordando che il Louvre non ha bisogno di quei soldi (ricava 200 milioni di euro solo dalla “filiale” di Abu Dabi, oltre a tutto il resto) – ha fatto notare che forse il “mecenate” è proprio il museo, visto che l’operazione mediatica sembra andare soprattutto a vantaggio dei marchi del lusso che “cercano di rafforzare la propria immagine”.

Ora, proprio questo è il punto. Da noi, i soliti provinciali entusiasti del liberismo all’amatriciana – quello che usa beni pubblici per sostenere il profitto privato – hanno inneggiato alla genialità di un’asta che finalmente prende atto che i musei devono vivere in un’economia di mercato. Sono quasi trent’anni che questo è successo: la privatizzazione è stata innescata dalla Legge Ronchey, che nel 1993 aprì le porte dei musei simultaneamente ai concessionari for profit dei musei e all’uso dei volontari al posto dei lavoratori.

Ora la frontiera è un’altra: i musei sono chiamati a dare il loro decisivo contributo al definitivo passaggio da una “economia di mercato” a una “società di mercato”: una società, cioè, dove tutto è merce. L’istruzione, la salute, la cultura, il corpo: la stessa persona umana. Questo è un passaggio puramente ideologico: che vede cioè il trionfo dell’unica ideologia rimasta viva e attiva, e anzi capace di trasfigurarsi nell’unica religione del nostro tempo, quella appunto del mercato. È una religione che prevede sacrifici umani: quelli dei precari, degli schiavi, degli sfruttati di ogni specie. Dei morti di Covid che non hanno trovato posto in terapia intensiva perché quei posti non servivano al mercato. E il lusso è il suo apparato simbolico: i marchi che hanno partecipato all’asta del Louvre producono i paramenti liturgici del grande rito della diseguaglianza. I coltelli metaforici (ma letali) di quei sacrifici umani sono tutti coltelli griffati.

Personalmente ho un’altra idea: sì, un’altra ideologia. Quella della Costituzione, in particolare della tradizione cristiana che – con altre – l’ha ispirata.

Papa Francesco ha scritto che i “beni culturali (…) non hanno un valore assoluto, ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri”. Credo che i musei dovrebbero essere al servizio dei poveri di conoscenza attraverso la produzione e la redistribuzione della conoscenza. Ma non si possono servire due padroni: se la Gioconda è un bene di lusso che se lo prende chi offre di più, è impossibile che sia al tempo stesso uno strumento di riscatto per chi dalla religione del mercato è sacrificato, bruciato vivo. Per questo credo sia un grave errore associare l’arte dei musei ai marchi del lusso, per esempio consentendo che attraverso le Grandi Mostre essi ripuliscano la loro immagine mostrandosi al servizio del bene comune.

I miserabili delle banlieues che di tanto in tanto devastano i negozi del centro di Parigi, da oggi hanno una ragione in più per associare la Gioconda a quei marchi che a ragione sentono come nemici. Il Louvre ha scelto da che parte stare: anche se da quella parte i posti erano già tutti occupati.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 21 dicembre 2020

Fotografia di Eric TERRADE da Unsplash