di Laura Crinà
Ha già raccolto le firme di rettori e studiosi, da Luciano Canfora ad Alessandro Barbero, l’appello di un gruppo di dottorandi al governo per far riaprire le istituzioni culturali che, come i musei, sono stati chiuse il 3 novembre dal decreto anti-Covid: “Gli archivi sono per gli specialisti. Chiuderli mette a rischio studio e prospettive per il futuro”

Le firme sono quasi tremila. Includono nomi noti del mondo accademico italiano, da Luigi Ambrosio – rettore della scuola Normale di Pisa – a Luciano Canfora, Salvatore Settis, Carlo Ginzburg, Alessandro Barbero. Ma ci sono anche nomi meno conosciuti di professori universitari, dottorandi, assegnisti  di ricerca, specializzandi. Con una petizione, girata grazie al passaparola e ai social e che di ora in ora raccoglie sempre più adesioni, chiedono al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e a quello della ricerca Manfredi di riaprire archivi e biblioteche.

In quanto “istituti e luoghi di cultura” afferenti al Mibact, sia gli uni che le altre sono infatti chiusi per decreto dal 3 novembre. Mentre i laboratori delle facoltà scientifiche funzionano regolarmente, i “laboratori” di chi fa ricerca in ambito umanistico hanno di nuovo sbarrato le porte, come già avvenuto in primavera. Tuttavia, fanno notare i promotori nell’appello, “parificare le istanze di divulgazione aperte al grande pubblico”, ossia i musei, ai “luoghi di ricerca frequentati per motivi lavorativi da un’utenza ristretta e accorta di specialisti (archivi e biblioteche, collezioni e depositi museali)” ha l’effetto di paralizzare la ricerca di intere categorie di studiosi per settimane, forse mesi. Mentre fanno notare che per chi fa ricerca in ambito umanistico (storici, storici dell’arte, filologiecc.) “l’accesso diretto a depositi librari e fondi archivistici è fondamentale e non sostituibile in alcun modo con lo smart working” i promotori dell’appello (un gruppo di undici giovani studiosi e studiose) chiedono, se la situazione non verrà modificata da una riapertura degli istituti, “che sia affrontato di conseguenza il tema della sospensione e della proroga di corsi dottorali e contratti di ricerca”.

Insomma, uno degli effetti del nuovo lockdown è quello di bloccare il lavoro di una parte consistente del nostro mondo accademico, perché il materiale che si trova negli archivi e nelle biblioteche è solo in minima parte digitalizzato, talvolta non lo è affatto, e il compito dello studioso è proprio quello di esplorare i materiali alla ricerca di conferme ma, più spesso, di sorprese sull’argomento che sta investigando. La petizione è stata firmata anche da alcuni direttori di grandi archivi.

Luisa Onesta Tamassia, a capo dell’archivio di Stato di Mantova, ci spiega perché è favorevole alla riapertura. E perché il patrimonio conservato nell’istituzione che dirige a suo parere deve restare fruibile agli specialisti anche in questo periodo: “Dopo il primo lockdown abbiamo riaperto su prenotazione, contingentando gli ingressi. In questi mesi nella sala di consultazione non c’erano mai più di quattro persone più due addetti. Nel nostro archivio si conservano materiali eccezionali, dall’epoca dei Gonzaga: tutta la corrispondenza del Ducato con i propri ambasciatori e corrispondenti, che permette di ricostruire le dinamiche della politica di quei secoli, la storia d’Italia e d’Europa. Poi ci sono i documenti d’epoca post unitaria. Insomma, un materiale prezioso con un’utenza diversificata. Ogni anno in queste sale ospitiamo circa sette, ottocento studiosi, di cui un centinaio stranieri. Ora il flusso è per forza di cose molto minore, e credo che con tutte le misure di precauzione e sicurezza sanitaria potremmo venire incontro alle richieste di chi ha bisogno di consultare i nostri fondi”.

Le fa eco Matteo Briasco, uno dei redattori dell’appello, dottorando in Scienze storiche e dei Beni culturali. “La mia ricerca di dottorato riguarda il ruolo dei cardinali francesi alla corte pontificia. Mi interessa in particolare la documentazione diplomatica conservata all’Archivio di Milano, che ovviamente ora è chiuso: prima delle restrizioni andavo a Milano per una-due settimane per lavorare, talvolta anche per soggiorni più brevi. Per chi fa ricerche storiche è essenziale la presenza fisica in archivio, dal momento che la digitalizzazione dei materiali è assolutamente limitata. L’Italia ha una tradizione di scrittura antichissima, quindi la quantità di fonti scritte d’archivio è enorme, e la percentuale digitalizzata è irrisoria. Quando uno storico fa uno “sfoglio” su un fondo di documenti sta davvero facendo ricerca, perché può scoprire cose nuove e perché quel che trova può trovarlo solo lì, e non altrove. Per la ricerca ci vuole tempo, e le chiusure impediscono a intere categorie di professionisti di andare avanti; così si mettono a repentaglio le nostre carriere future, perché la tesi di dottorato è il biglietto da visita per il futuro accademico. Quel che chiediamo non è una “riapertura al pubblico”, perché noi non siamo pubblico, siamo utenti specializzati come i ricercatori dei laboratori”.

Ma un’altra via è possibile? Pare di sì: “In Germania, dove sto studiando in questo momento, si è scelto di tenere aperti archivi e biblioteche” spiega Caterina Cappuccio, dottoranda in storia medievale all’università di Wuppertal con una co-tutela dell’università cattolica di Milano, anche lei tra i redattori della petizione. E aggiunge “ora mi trovo a Monaco di Baviera, e anche qui, dove i numeri del contagio sono piuttosto alti, non ci sono state chiusure. Alla Bayerische Staatsbibliothek si può accedere su prenotazione. Per ora, quindi, io posso proseguire regolarmente il mio lavoro. Ma nel momento in cui consegnerò la tesi, se in Italia proseguirà questa chiusura, non sarò in grado ad archivi chiusi di iniziare una nuova ricerca. E credo che, visto che l’evoluzione della pandemia è sul lungo periodo, questo sia un tema da affrontare”. Come chiede la petizione.

Repubblica, 20 novembre 2020