di Salvatore Settis

Signor presidente del Consiglio: il suo Dpcm prevede la chiusura dei musei, considerati sotto la specie dell’assembramento e non come insostituibili fonti di nutrimento culturale. Non è chiaro come mai cinque persone in una stanza di museo rischino il contagio più di cinque persone in un negozio di alimentari di identica superficie.

La chiusura dei musei consolida la gerarchia fra quel che è essenziale per vivere (la tabaccheria, il supermercato) e quel che non lo è (il museo). E parte da un postulato non dimostrato: che presto tutto tornerà «come prima», misurando il successo dei musei dal numero di visitatori. Dobbiamo invece prepararci a un mondo nuovo (nel quale anzi già siamo). Di cultura, di bellezza, di memoria abbiamo sempre bisogno, ma è nei periodi di crisi che tale bisogno si fa più palpitante e vitale.

La memoria culturale ci ricorda quel che eravamo e ci proietta verso il futuro. Ci dona ricchezza interiore, speranza, creatività. Non sana le ferite, ma le cura e le allevia («vado alla National Gallery come si va dal medico», diceva Lucian Freud). Un’Italia in macerie scrisse nel 1947 l’art. 9 della Costituzione, incentrato su cultura, ricerca, tutela di paesaggio e beni culturali. C’erano due soli precedenti: la Costituzione tedesca del 1919 (all’indomani della I guerra mondiale) e la Costituzione spagnola del 1934 (alla vigilia della guerra civile). In tre grandi Paesi europei la violenza di un trauma generò consapevolezza della memoria culturale.

E ora? Mi permetto di avanzare una proposta. Aprire tutti i musei con ingresso gratuito per tutti per alcuni mesi, contingentando severamente le visite. Includere nel progetto i musei grandi e quelli piccoli, statali e non statali, pubblici e privati. Garantire le misure di sicurezza assumendo personale di sala. Coprire i costi con il Recovery fund.

Sarebbe un segnale di vita, di speranza, di progettualità. L’affermazione forte che arte e cultura sono necessarie. La consapevolezza che creatività e produttività richiedono un’immaginazione nutrita di memoria culturale, di storia, di bellezza. Che il museo è una macchina per pensare, il segno e il simbolo di una società che non si limita a sopravvivere a se stessa, ma frequenta il passato per creare il nuovo.

Sarebbe una mossa lungimirante per prepararci al mondo che verrà. Un mondo nuovo che sarà migliore o peggiore del mondo di ieri, ma non più lo stesso. La pandemia ci obbliga a una nuova consapevolezza della nostra fragilità: perciò riconoscere nei musei un luogo di condivisione di memorie, di pensieri e di progetti può darci forza, vitalità, grazia.


Articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il giorno 11 novembre 2020

Fotografia dall’Archivio di Emergenza Cultura