di Tomaso Montanari

“Ecco come sono fatti gli italiani; e quando i pochi che non sono fatti così avranno consumata la loro vita a insegnare con l’esempio e con la parola un po’ di serietà, le cose saranno su per giù al punto di prima. E non ostante, il dovere di noi pochi resta quello”. Così annotava, l’8 giugno 1944, nel suo diario (pubblicato, col titolo Le pietre di Rimini, dalle Edizioni di Storia e Letteratura) il grande filologo e paleografo Augusto Campana dedito in quei mesi a coraggiosissime piccole e grandi imprese volte a salvare lo straordinario patrimonio storico e artistico di Rimini, selvaggiamente colpito dai bombardamenti. Parole profetiche: perché gli italiani anche oggi sono “fatti così”: sordi e ciechi di fronte a questo loro patrimonio, capaci solo di manometterlo, pur di metterlo, bene o male, a reddito. E i riminesi non fanno eccezione.

È clamoroso il caso della Rocca della città: l’enorme castello e palazzo costruito nel Quattrocento dal signore di Rimini, e grande committente di artisti, Sigismondo Pandolfo Malatesta. Un monumento di straordinaria importanza, alla cui progettazione collaborò perfino Filippo Brunelleschi (il Giornale del Provveditore dell’opera del Duomo di Firenze registra che “Filippo di ser Brunellesco va al Signore di Rimini, parte di Firenze 28 agosto e torna 22 ottobre 1438”). Un monumento che esattamente un anno fa è stato ufficialmente destinato dall ’amministrazione comunale ad ospitare una delle tre sedi del museo dedicato a Federico Fellini. Una scelta discutibile: perché rischia di risolversi non in una somma, ma in una sottrazione: visto che Castel Sismondo è un monumento in sé, e non un contenitore da riempire. Il non vedere quest’ultima realtà, cioè la mancata consapevolezza del valore intrinseco e autonomo di questa straordinaria architettura, ha portato a una vera e propria mostruosità: il progetto di costruire, sulla piazza Malatesta che si apre davanti al Castello, e dunque in parte sul fossato che fu colmato nell’Ottocento, una gigantesca fontana, sulla cui tenda d’acqua si dovrebbero proiettare, in loop, le sequenze più famose dei film del genio riminese. Ora, il problema non è tanto il terribile cattivo gusto di questa trovata super kitsch, quanto l’evidente sfregio al monumento e alle leggi che dovrebbero tutelarne la visibilità.

Tra le tante lettere che ho ricevuto, mi ha colpito quella del professor Giovanni Remondini, che nonostante sia stato l’insegnante di storia del sindaco, a scuola, ha provato inutilmente “a fargli capire che quel luogo non è un ‘contenitore’, ma un palinsesto di costruzioni che vanno dal palatium magnum di Malatesta da Verucchio fondatore della dinastia che ha governato Rimini per due secoli, all’intervento – forse con difese anamorfiche – di Filippo Brunelleschi”. E poi quella di un giovane studioso, Mathis Cesari, che si batte perché “la piazza Malatesta non diventi questa specie di circo all’aperto”. Remondini ha quasi ottant’anni, Cesari non arriva ai trenta: Campana sarebbe felice di sapere che riminesi di tutte le età oggi insorgono contro il progetto. Italia Nostra e l’associazione Rimini città d’arte Renata Tibaldi hanno scritto al ministro Dario Franceschini per ricordargli che dalla parte di chi dissente milita anche la legalità: “Con il decreto 4 marzo 1915, si dispone che ‘è proibito fare qualsiasi costruzione’ negli inedificati spazi circostanti e dunque innanzitutto in quello che si apre sul fronte del Castello verso il retro del teatro ottocentesco, l’attuale piazza Malatesta. E proprio in questo spazio un più recente decreto ministeriale (29 ottobre 1991) estende la tutela al sottosuolo che ha interesse archeologico particolarmente importante perché conserva il tracciato delle mura tardoimperiali della città romana, altri resti insediativi antichi e le strutture del fossato difensivo della Rocca”.

La risposta del Ministro è stata affidata al Direttore delle Belle Arti, l’architetto Federica Galloni, che ha comunicato di aver assunto informazioni formali su quello che definisce “recupero identitario del centro storico di Rimini, con particolare attenzione alla Rocca Malatestiana”, e di poter garantire che “tutte le operazioni saranno svolte nel pieno rispetto (…) dei valori culturali dell’intero complesso architettonico”. E, in risposta a Italia Nostra che aveva ipotizzato che Franceschini non fosse a conoscenza dell’entità dello sproposito, ha voluto precisare che no, “l’onorevole ministro è costantemente informato dell’azione di tutela posta in essere dagli Uffici competenti sull’intero territorio nazionale”. Insomma, l’onorevole ministro veglia: e dunque tutto va bene, madama la marchesa.

Da parte mia, no, non credo che vada tutto bene. E son così sovversivo da pensare che Federico Fellini – che amava le sue pietre e ne sapeva leggere davvero i “valori culturali”, cioè lo spazio e la storia – sarebbe il primo a voler lasciare in pace la Rocca.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 9 novembre 2020

Fotografia di Viktor Levit da Pixabay