È proprio fresca la notizia della cessione della Rocca di Gradara, il sito più visitato delle Marche, ad un organismo (Fondazione, Consorzio?) che avrebbe a capo il Comune stesso di Gradara e tra i suoi partners il Mibact, che così si defilerebbe dall’evidentemente gravoso compito della gestione diretta.

È altrettanto fresca la notizia che la Venaria Reale ha chiesto la cassa integrazione dei propri dipendenti e un po’ meno quella che la Fondazione del Museo Egizio ha chiesto aiuto allo Stato per poter pagare gli stipendi ai suoi dipendenti.

Ovvero si decide di mandare in gestione indiretta parti importanti del patrimonio culturale a Fondazioni, Consorzi ecc, con la partecipazione, e nei casi citati la gestione quasi esclusiva, dei privati e poi nel momento della crisi i privati si defilano e tocca alla Stato intervenire per garantirne la fruizione. La vicenda di grandi Fondazioni come la Venaria e l’Egizio dovrebbe quantomeno mettere sull’avviso e valutare con prudenza eventuali cessioni ad altri soggetti, invece l’operazione si ripropone, pari pari, nel caso della Rocca. Ed anche in questo caso l’incapacità gestionale, derivante dalla caduta esponenziale dei livelli occupazionali interni, diventa il pretesto per una operazione che ha evidentemente altre finalità in cui entrano chiari fattori di interessi localistici. Non c’è bisogno di essere dietrologi per comprendere che gli incassi e la massima fruibilità del sito sono elementi di grande interesse nelle dinamiche locali. Fruibilità che si è ridotta per la carenza degli organici e incassi che certo fanno gola al bilancio dell’ente locale, e sono recentissime le polemiche e le prese di posizione di Sindaco, commercianti, ecc, per gli orari di apertura ridotti. Criticità a cui si aggiunge l’attuale crisi del turismo, con i suoi pesanti ed evidenti riflessi sull’economia locale.

L’ulteriore elemento di clamorosa contraddizione che emerge è che la cessione di questo sito nulla c’entra con lo schema politico riorganizzativo imposto dalle riforme Franceschini: un monumento che con i suoi incassi contribuisce in modo significativo a pagare le spese di manutenzione del patrimonio su quel territorio dovrebbe essere tenuto gelosamente in una teca e casomai rafforzato nella capacità di offerte dei servizi, nell’organico e non subire quell’inaccettabile depauperamento a cui si è assistito. Uno dei perni della riforma di Franceschini era (è?) la capacità attrattiva del patrimonio museale statale, che avrebbe allo stesso tempo risollevato le sorti dell’economia locale e consentito allo Stato con i maggiori incassi a provvedere alla sua manutenzione.

Ma il Ministro Franceschini sembra preso dai suoi impegni politici e al ministero non si vede da quel dì, e la gestione politica del ministero sembra affidata al suo apparato interno mentre i beni culturali statali continuano ad essere considerati come merce di scambio. Né segnali diversi sembrano provenire dall’intera maggioranza di governo, i cui principali partners a 5 Stelle, dopo aver prodotto un progetto di riforma abortito prima ancora di nascere e che si è rivelato un assist all’ennesima operazione di restyling prodotta dal rientrante ministro, risultano non pervenuti ed al massimo esprimono segnali del tutto contraddittori, salvo poi avallare operazioni come questa.

Hanno certo ragione i cittadini di Gradara a pretendere che la Rocca sia messa in condizione di essere fruita al massimo della sue potenzialità e siamo certi che vorranno che anche i loro pronipoti possano fruire di un monumento integro e ben conservato. Ma siamo sicuri che la rinuncia alla gestione statale del loro monumento più prestigioso possa portare dei vantaggi, al di là di quelli immediati? Non sarebbe più saggio pretendere che lo Stato faccia per intero il suo mestiere, garantendo al meglio la tutela e la fruizione del sito? Possono sembrare domande retoriche ma non lo sono: la Rocca non è proprietà privata di nessuno, è un bene per l’umanità e per questo motivo è un monumento nazionale.

In questo contesto ci sono sedici lavoratori superstiti dipendenti del ministero che hanno contribuito con sempre maggiori difficoltà alla fruizione ed alla conservazione del sito. Nella riunione avuta a livello locale una delle soluzioni ipotizzate è stata quella di assicurare il servizio nella Rocca mantenendo una presenza degli attuali dipendenti a garanzia di un’indispensabile continuità. Come sarà reclutato ed a quali condizioni il restante personale necessario, visto che la carenza di organico statale viene posta come il motivo principale del cambio di gestione? Abbiamo assistito al ricorso massiccio al volontariato proprio per coprire i servizi della Rocca, è questa la soluzione? Chi sono i privati potenzialmente interessati ad entrare nella gestione?

Possibile che non si possa individuare una soluzione organizzativa anche transitoria in attesa dell’espletamento del concorso per la vigilanza in atto? Noi abbiamo da subito offerto piena disponibilità in tal senso, ma siamo stati messi di fronte ad un atto compiuto in nome di una scelta politica francamente incomprensibile.

Ci sarebbe invece materiale per riflettere sulla qualità delle politiche culturali pubbliche, a maggior ragione in un momento di crisi come questo, dove lo Stato si dovrebbe fare garante di serie politiche di rilancio nella fruizione del patrimonio diffuso, garantendo buona e piena occupazione, servizi di tutela e promozione culturali adeguati, ripensamenti su scelte organizzative che hanno impoverito e compresso gli organici, e via dicendo.

Invece si continua ad arretrare e a proporre logiche di frantumazione territoriale funzionali a tutt’altri scopi. Nulla di nuovo sotto il cielo, purtroppo.

Vi terremo informati puntualmente sull’evoluzione di questa vicenda, esprimendo piena e fattiva solidarietà ai lavoratori della Rocca e dei Beni Culturali delle Marche.

Roma, 6 luglio 2020

FP CGIL Pesaro e Ancona   – Vania Sciumbata Andrea Raschia
FP CGIL Nazionale – Claudio Meloni


Fotografia da Piqsels