di Vincezo Trione

Numero contingentato di visitatori per fasce orarie prefissate, distanza di sicurezza, segnaletica informativa, percorsi obbligati, acquisto online dei biglietti, mascherine per il pubblico e il personale, dispenser con gel disinfettante, sanificazione quotidiana degli ambienti. Sono, queste, alcune delle regole stringenti cui dovranno attenersi i nostri musei, che dal prossimo 18 maggio riapriranno: dapprima, le realtà più grandi e attrezzate; nelle due settimane successive, le altre.

Non sarà una ripresa facile. Nei prossimi mesi, le istituzioni museali – nel nostro Paese e nel resto del mondo – dovranno affrontare una crisi difficile: tagli degli stipendi, riduzione delle trasferte dei funzionari, casse integrazioni, possibili licenziamenti, cancellazione di progetti, riarticolazione dei palinsesti di eventi e mostre.

Ecco, le mostre. Nelle prossime settimane, alcune riapriranno (Raffaello alle Scuderie del Quirinale di Roma, Saraceno al Palazzo Strozzi di Firenze); altre verranno inaugurate presto (The Torlonia Marbles ai Musei Capitolini di Roma, Gli etruschi al Museo Archeologico di Napoli e il riallestimento della Galleria nazionale di Roma).

Ma come cambieranno le mostre, nel post-Covid? Chi vi si recherà? Quanti spettatori avranno la pazienza di affrontare limiti e ostacoli “dissuasivi”? E ancora: in che modo lo Stato aiuterà le iniziative espositive del 2020-2021? E, infine: come si comporteranno i soggetti privati che da anni, in Italia, sostengono il complesso e talvolta addirittura perverso sistema delle mostre?

Blockbuster e no
C’erano una volta i blockbuster. Hanno imperversato un po’ ovunque. Dalla metà degli anni novanta, in Italia, il botteghino è stata la misura della riuscita o meno di una mostra. Gli ingredienti: sempre gli stessi. Si è puntato soprattutto sulle celebrity: maestri noti, mediaticamente efficaci. Da Caravaggio a van Gogh, da Picasso a Dalí, passando per gli impressionisti, fino a Warhol. Per anni, da noi si sono organizzati eventi non di rado generici, pretestuosi, piuttosto raccogliticci, fondati sull’esibizione di qualche dipinto-feticcio. Questo fenomeno era già stato stigmatizzato da Federico Zeri, il quale, in un articolo del 1996, aveva sottolineato che, per soddisfare i bisogni di “masse acculturate”, in Italia, non senza cinismo, si promuovono “pleiadi di (…) mostriciattole, spesso insignificanti, inutili, a base commerciale e promozionale, sempre costose”.

Nei prossimi anni, assisteremo al declino del mito dei “grandi numeri”. Prepariamoci a mostre diverse. Necessarie, coraggiose, economicamente sostenibili, scelte con attenzione, nelle quali si assegnerà una nuova centralità al metodo dei curatori, ai criteri critici adottati, agli sforzi interpretativi e attributivi, alla sapienza impiegata per disegnare rigorose e, insieme, avvincenti scritture espositive. Prima di decidere di programmare una determinata mostra, ci si chiederà come e perché. E si tratteranno (finalmente) le opere d’arte non come uno strumento, ma come un fine: non ci si servirà dei quadri, ma ci si metterà al servizio dei quadri stessi. Alcuni modelli cui ci si potrà richiamare: le retrospettive sulla Metafisica al Palazzo dei Diamanti di Ferrara (2016), su Giotto nel Palazzo Reale di Milano (2015), su Ambrogio Lorenzetti a Santa Maria della Scala di Siena (2017), su Antonello da Messina ancora al Palazzo Reale di Milano (2019), su Raffaello alle Scuderie del Quirinale di Roma (2020).

Intrattenimento e approfondimento
C’erano una volta le esposizioni-lunapark: occasionali, semplici, caratterizzate da allestimenti imponenti ed eccessivi, ideate per assecondare un desiderio esteso di svago e di intrattenimento pseudo-colto. Chi le frequentava aveva l’illusione di sapere qualcosa di più sull’arte: senza alcuno sforzo.

Nell’immediato futuro, prepariamoci a mostre più “umane”, nelle quali potremo ammirare le opere come in pochi le hanno viste fino a ora: avremo la possibilità di sostare da soli dinanzi a una scultura o a un dipinto, senza voci di fondo; potremo indugiare su figure, paesaggi, artifici compositivi e dettagli; e leggere pannelli e didascalie. Inoltre, in tanti potranno visitare un’antologica o una personale attraverso piattaforme, siti e social, che andranno ripensati e arricchiti, ospitando apparati ipertestuali aggiuntivi, app, videogame e sperimentazioni legate alla realtà virtuale e aumentata, in modo da favorire il dialogo tra esperienza on line ed esperienza offline.

Folle ed élite
C’erano una volta mostre che avevano un obiettivo principale: superare le 200.000, le 300.000, le 400.000 presenze. A lungo ci si è inchinati al diktat dell’auditel: i visitatori sono stati trattati spessi come consumatori o clienti. Rassegne percorse soprattutto da folle chiassose e frettolose, che tendevano a passare distrattamente dinanzi alle opere, inclini a scattare selfie in maniera compulsiva.

Addio masse vocianti, dunque. Forse, il post-Covid aiuterà a uscire da questa spirale, sulle orme di quel che aveva auspicato già negli anni settanta l’erudito francese Georges–Henri Rivière: “Il successo di un museo non si valuta in base al numero dei visitatori che vi affluiscono, ma al numero dei visitatori ai quali ha insegnato qualcosa”.

Breve durata e lunga durata
C’erano una volta le mostre che rimanevano in “cartellone” per pochi mesi, pensate in fretta e approntate ancor più in fretta, non di rado importate “a pacchetto” dalle società di servizio, adeguandosi ai tempi spiccioli della politica, spesso per celebrare anniversari, con tanti quadri di non elevata qualità e di dubbia autografia, radunati senza nessuna attenzione critico-filologica.

Prepariamoci adesso a mostre che, per essere realizzate, richiederanno tempi lunghi di preparazione, saranno esito di lunghi e liberi processi di ricerca, presenteranno meno dipinti e resteranno in programma per più mesi. Paradossalmente, il Coronavirus “aiuterà” a fermare quella macchina che, in Italia, ha determinato una sorta di overdose, portando all’organizzazione di circa 10.000 esposizioni all’anno.

Autarchia e co-produzione
C’erano una volta le mostre “strapaesane”, lontane dagli standard curatoriali internazionali, incapaci di uscire fuori dai nostri confini, basate sul ricorso a una specie di modello autarchico, nelle quali raramente ci si avvaleva delle partnership di musei stranieri. Un’anomalia italiana.

È nostro auspicio che, presto, si lavorerà a manifestazioni condivise e co-prodotte insieme con altre istituzioni europee o statunitensi, nelle quali si richiederanno poche opere in prestito per periodi più lunghi (per risparmiare su trasporti e assicurazioni). Si tratterà di progetti espositivi ambiziosi, che potranno essere accolti in diversi musei del mondo.

Società private e Stato
Infine, c’erano una volta le mostre affidate alle società for profit private. Che, per anni, non solo hanno gestito i servizi aggiuntivi (biglietteria, bookshop, caffè), ma si sono occupate anche degli aspetti critico-scientifici: quale artista proporre, quale curatore nominare, quale allestimento disegnare. Pronte a investire soprattutto sul merchandising, sulle campagne di comunicazione e sulla pubblicità, queste società sono arrivate così a svolgere una funzione di supplenza rispetto al “pubblico”. Che, privo di risorse, di idee e di competenze, progressivamente, è stato estromesso, incapace di esercitare le proprie prerogative, disposto a concedere in fitto prestigiosi spazi espositivi. Un’altra anomalia italiana.

Le mostre di oggi dovranno fare i conti con condizioni diverse: visite controllate, percorsi obbligati, tempi di fruizione prefissati. Inevitabili i contraccolpi sulla sostenibilità economico-finanziaria di questi progetti. Assisteremo a una drastica riduzione dei visitatori (ad esempio, si calcola che al Colosseo, in una giornata, entrerà lo stesso numero di spettatori che, fino allo scorso febbraio, visitava il sito archeologico romano in sole due ore). Perciò, non è difficile prevedere che le società for profit troveranno meno attrattivo il business-mostre.

Di fronte a questa crisi, le amministrazioni pubbliche saranno chiamate a riconquistare la propria centralità, ad acquistare una rinnovata dignità culturale, a compiere scelte non legate al consenso immediato. Finalmente potranno gestire in autonomia programmi e palinsesti, investendo su mostre serie ma anche emozionanti e altamente democratiche, definite con largo anticipo, nelle quali high culture e low culture si incontreranno e sarà possibile accostarsi all’arte in maniera non noiosa, rendendola materia viva: riassaporeremo il piacere del docere delectando. Attraversare quelle temporanee università popolari che sono le mostre favorirà non solo evasione e distrazione ma, come ha scritto Marc Fumaroli, stimolerà anche senso critico, meditazione, godimento individuale: quell’ “otium studioso e disinteressato” che, “incompatibile con la cultura somministrata a getto continuo”, appartiene alla sfera dello spirito.


Articolo pubblicato in una versione ridotta in “la Lettura”, inserto del “Corriere della Sera”, 17 maggio 2020

Fotografia di Fabio Grasso