La vera ragione per cui bisognerebbe studiare bene la Storia a scuola è che il metodo critico della storia è il miglior antidoto “alle tossine della propaganda e della menzogna” (Marc Bloch). Uno strumento prezioso per decostruire, smontare, confutare il linguaggio degli

imbonitori: che ti vogliano vendere il 5G, la purezza dei capi delle Sardine, un fustino di detersivo, la riabilitazione di Craxi o un nuovo partito. Ogni piazzista ha il suo repertorio, e i suoi tic. Per esempio, la “bellezza” e in particolare “la bellezza che salverà il mondo”, ha nel codice di Matteo Renzi lo stesso ruolo che hanno i gattini e i bacioni in quello di Matteo Salvini. E quel ruolo è dire esattamente il contrario della verità: depistare, convincere, avvincere.

Lunedì, per esempio, Renzi ha twittato: “La sfida di Italia Viva è restituire bellezza alla politica. Noi ci proveremo con tutto il nostro entusiasmo”. Questa memorabile dichiarazione di intenti politici introduceva un video dove l’ex presidente del Consiglio (con un evocativo maglioncino: chissà cosa direbbe Lucia Annunziata…) predicava alle (ristrette) folle del suo partito: “Quello su cui sto riflettendo in queste settimane, in questi mesi: è sì, la bellezza salverà il mondo, ma chi salverà la bellezza? Che non è soltanto preservare un bene artistico, il patrimonio culturale. Sì, certo, se hai un capolavoro gli devi mettere la teca. Se hai un libro prezioso devi metterlo in biblioteca, tutto vero. Ma salvare la bellezza è qualcosa di più, è ricordare a noi stessi che siamo fatti davvero per qualcosa di grande, per l’infinito e non semplicemente per assecondare le beghe di ogni giorno… Noi siamo chiamati a qualcosa di straordinariamente difficile e complicato, l’idea che si possa restituire bellezza a questo Paese”. Non si contano le volte (letteralmente decine, come dimostra l’implacabile Google) che Renzi ha usato negli ultimi anni l’usuratissima e travisatissima citazione dall’Idiota (romanzo scritto in parte a Firenze…) di Dostoevskij sulla bellezza che salverà il mondo. Ma questa volta ha sfiorato il capolavoro.

Esattamente come Salvini manda bacioni mentre semina l’odio, Renzi dice di pensare da mesi alla bellezza: e te lo vedi, chino e pensoso sulla scrivania. O a Boboli: a cogliere fiori. In realtà, è ovvio, fa quotidianamente tutt’altro, razzolando abilmente nella politica definita (da Rino Formica) come “sangue e merda” (pochissimo il sangue, parafrasando un titolo fortunato di Aldo Busi). Verrebbe da pensare alla figura retorica dell’antifrasi: cioè alla volontaria autoironia di chi, avendo fondato un partito personale per gestire un piccolo potere di interdizione attraverso la messa a frutto delle “beghe di ogni giorno”, afferma solennemente che chi pensasse di iscriversi a quel partito per assecondare le beghe di ogni giorno sbaglierebbe di grosso. Ma non c’è una punta di ironia: è invece una consumata tecnica alla Wanna Marchi, basata sulla capacità (che unisce magnificamente i due Mattei) di dire l’esatto contrario della verità rimanendo seri, anzi commuovendosi perfino.

Poi, certo, ci sono i tic linguistici e culturali. Per Renzi tutelare il patrimonio culturale (cioè il territorio, il paesaggio, l’arte diffusa) vuol dire ibernarlo sotto una teca, e i libri preziosi si portano in biblioteca (lo dice come dire: chiudiamo i gioielli in cassetta di sicurezza): è l’idea della cultura, morta e mortifera, dell’autore dello Sblocca Italia e delle riforme che hanno azzerato in Italia la tutela dei Beni Culturali (ricordiamolo ancora una volta: “Soprintendente è la parola più brutta del vocabolario”, scrisse Renzi). Perché Renzi non ha la più pallida idea di cosa sia il patrimonio culturale, una biblioteca, un libro. Ma questa è la sua vera forza: ignorare cosa sia la bellezza rende molto, molto più facile trascinarla continuamente nel fango delle “beghe di ogni giorno”.

 

FQ | 6 FEBBRAIO 2020