Entrando nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna da poco riallestita dalla neodirettrice di franceschiniana nomina, vien da chiedersi cosa si intenda oggi per “museo”. Eh già, perché ciò in cui ci si imbatte non è più lo stesso luogo cui si era abituati.

Chi conosce un po’ la cosiddetta Gnam, sa che nel corso dei decenni si sono avvicendati diversi allestimenti, sempre volti a proporre, attraverso un diverso taglio critico, un corrispondente itinerario, basato su una possibile lettura della ricca collezione di Otto e Novecento.
Una collezione sorta negli anni post-risorgimentali quale rappresentazione celebrativa della produzione artistica della neonata nazione. Ad un ordinamento di carattere regionale, seguirono i lunghi e fervidi anni della Bucarelli, che portò una moderna ventata di internazionalità ad una collezione ancora legata a certi provincialismi ottocenteschi; e via così attraverso i decenni del XX secolo, fino ad arrivare ad oggi, in un alternarsi di direzioni che hanno sempre avuto l’intento di caratterizzare la collezione, attraverso scelte espositive, accostamenti e apparati museografici, con un preciso taglio critico: insomma, con una visione di carattere museologico.

Ciò in cui ci si imbatte oggi, pur trattandosi di un allestimento dichiaratamente temporaneo, è un vero e proprio stravolgimento delle collezioni: opere di epoche ed ambiti artistici del tutto diversi si mescolano senza un comprensibile criterio apparente, con l’intento di farci virtualmente balzare avanti e indietro nel tempo, come in una sorta di giostra storico-artistica… Anzi, solo artistica visto che di storico non è rimasto nulla.

Ora, di fronte ad una scelta che pure in qualcuno potrebbe suscitare fascinazione, vien da porsi qualche domanda.

1) E’ lecito utilizzare un intero museo, visto che il riallestimento ha comportato interventi (peraltro molto dispendiosi) anche al “contenitore” oltre che al “contenuto”, come materiale per una esposizione temporanea?

2) Cosa si intende per “mostra d’arte”? Un giro di giostra o piuttosto, come dovrebbe essere, una esposizione temporanea volta a rappresentare al pubblico un focus su nuovi elementi conoscitivi ricavati da studi intrapresi su un dato tema?

3) Cosa si intende per “museo”? Contenitore di una merce di cui disporre a piacimento, in base alla momentanea direzione del vento, per allettare nei modi più innovativi e accattivanti il pubblico o piuttosto “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto”, secondo la definizione dell’Icom, l’ International Council of Museums dell’Unesco?

Tali domande, come si dice, sorgono spontanee dopo l’esperienza che si compie oggi tra le ampie sale dell’edificio concepito dal Bazzani per l’esposizione Universale del 1911 e poi ampliato da Cosenza, il cui originario itinerario, con le sale e le ali appositamente progettate, accompagnava fluidamente il visitatore attraverso i decenni di Otto e Novecento.

“Non mi interessava dare un ordine cronologico”, spiega la direttrice in un’intervista al quotidiano La Repubblica. Proviamo a seguire, assecondandolo, l’intento della dott.ssa Collu: sarebbe allora interessante sapere che tipo di conoscenza dovrebbe poter acquisire un visitatore che, entrando, si imbatte nell’Ercole e Lica del Canova posto accanto ad un’opera di Pino Pascali. Tanto più che non vi è traccia di pannelli didattici che esplicitino il senso di tali accostamenti (né le didascalie a corredo delle singole opere possono dirsi esaustive, mancando le indicazione delle tecniche artistiche).
In realtà, vien da pensare, un vero e proprio criterio non c’è: piuttosto, sembra essere sotteso al tutto un invito alla libera fruizione di un’arte senza tempo, senza storia. Puro soggettivismo: quello dell’opera avulsa da qualunque contesto, quello del visitatore, chiamato a fruirne, come direbbe Marinetti, in libertà, quello del direttore museale, che forte della sua autonomia speciale può disporre a propria discrezione delle collezioni e dell’esperienza che ne potrà – o non ne potrà – fare il pubblico.
E’ forse il caso di ricordare a noi stessi, con forza, che un museo statale è un bene di tutti, nella sua unicità data dalla fusione di “contenitore” e “contenuto”, non è una location per eventi: fino a che punto è lecito deformarne l’identità, anche se solo per un tempo limitato?

Emanuela Colantonio per Emergenza Cultura

29 Ottobre 2016