di Chiara Zanini

Si chiamerà Itsart la cosiddetta Netflix della cultura. Lo scrive su Key4biz dopo aver consultato i documenti relativi alla costituzione della nuova società Angelo Zaccone Teodosi, massimo esperto di  televisione, industria culturale ed economia della cultura. Itsart è il nome della società per azioni che è costituita il 22 dicembre scorso. La conferma sta nel fatto che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato proprio il 22 dicembre ha pubblicato sul proprio sito un avviso di operazione sottoposta a valutazione dell’Autorità, e “l’Operazione in esame costituisce una concentrazione ai sensi dell’art. 5, comma 1, lett. c, della legge n. 287/90, nella misura in cui realizza la costituzione di un’impresa comune soggetta al controllo congiunto delle parti”; le “parti” sono “Cassa depositi e prestiti S.p.A. (partecipante a impresa comune) Chili S.p.A. (partecipante a impresa comune)”. Era possibile presentare osservazioni fino al 30 dicembre scorso: avrebbero potuto approfittarne i competitor, in primis i canali che hanno una programmazione analoga a quella annunciata dal Ministro Dario Franceschini e dichiarata nello statuto di Itsart, ad esempio Arte.Tv oppure Sky Arte.

Finora sappiamo che Cassa Depositi e Prestiti è presente con tre suoi interni su cinque membri del Consiglio di amministrazione creato. Chili invece non ha chiarito quale sia l’entità del suo debito, di cui si era molto scritto: finora ha solo sottolineato che è «una frazione di quanto indicato dalla stampa ed in linea con aziende comparabili per dimensioni e settore di operatività». Meno informazioni verificabili si danno, più si dà modo di procedere per supposizioni. Ecco allora che sorgono almeno cinque domande:

1. Perché non c’è stata alcuna trasparenza?

Nessun bando pubblico e nessun comunicato stampa che possa dirsi esaustivo risolutivo delle comprensibili polemiche suscitate: è questo il rispetto che il Ministero riserva ai cittadini che dovrebbero poi fare acquisti sulla piattaforma?

2. Come si è arrivati alla scelta di Chili?

Non è dato sapere come si sia arrivati alla scelta di Chili. Quali soggetti, a parte Chili, sono stati interpellati prima della chiusura di questo accordo? Di sicuro non i direttori dei musei o i produttori cinematografici e musicali o gli autori, come sarebbe stato auspicabile. Per quanto riguarda più direttamente il know-how per realizzare un tv digitale, invece, Rai pare abbia rifiutato: forse le condizioni non erano accettabili? O forse si è ritenuto che il servizio pubblico non debba fare affari con un privato, anche se con il Ministero come intermediario formale? E quali soggetti potrebbero assumere un ruolo maggiore, se non verrà loro prontamente impedito? Vale la pena ricordare che tra gli azionisti di Chili ci sono 20th Century Fox, Warner Bros, Paramount, Viacom e Sony.

3. Quale idea di lavoro c’è dietro?

La cultura è lavoro, ma i lavoratori dello spettacolo non sono stati coinvolti in nessuna fase di questa operazione. Va ricordato che i lavoratori per mesi non sono stati considerati né da Franceschini né dal governo, se non a parole. E quando è stato loro permesso di intervenire lo scorso luglio in un’audizione al Senato – cinque mesi dopo l’inizio dell’epidemia, ossia quando molti erano già alla fame – hanno fatto presente proprio la non disponibilità del Ministro, riscontrabile ancora oggi, a porsi tra imprese e professionisti, da cui deriva uno squilibrio di potere difficile da sanare, tutto a vantaggio di intermediari come le cooperative che sfruttano soprattutto i tecnici dello spettacolo. In questa nuova avventura la forza lavoro impiegata arriverà dall’interno (di Chili): 32 dipendenti degli 88 di Chili spa saranno assegnati a Chili Tech, che come rivela Key4Biz si occuperà dello sviluppo e della manutenzione di Itsart. Insomma, Chili potrà impiegare propri lavoratori che in questo momento stanno probabilmente lavorando meno, come quasi tutti nel settore, e non sono state annunciate assunzioni di esterni. E non si osi additare come traditori coloro che decideranno di lavorare o collaborare con Itsart: tutti, privilegiati esclusi, abbiamo bisogno di lavorare.

4. Basteranno 10 milioni per dare vita ad un progetto così ambizioso?

Secondo chi se ne intende, ad esempio Filippo Fonsatti, presidente di Federvivo – Federazione dello Spettacolo dal Vivo, assolutamente no, e nemmeno il doppio: «La sostenibilità economica senza un intervento pubblico è una illusione, un’ipocrisia e un’ingenuità. Senza investimenti pubblici di centinaia di milioni di euro, stiamo parlando del nulla». Chiarissimo.

5. Franceschini, gli States e il naming: perché questa ostinazione?

Non è solo di Netflix della cultura che il Ministro ci ha riempito le orecchie. Per lui Cinecittà può essere l’Hollywood europea, mentre in passato diceva che il Mezzogiorno può diventare la California d’Europa. Ma ricordiamo bene com’è finita un’altra sua battaglia, quella per il sito Very Bello che nel 2015, l’anno dell’Expo di Milano, doveva risollevare le sorti del nostro turismo, e riuscirci senza alcuna strategia: fu un very flop, che seguiva quello del portale Italia.it voluto in precedenza da Silvio Berlusconi. Oggi è la volta di un sito chiamato Itsart.

Infine, sia il Ministro sia Chili lamentano informazioni distorte da parte della stampa. Il fatto è che in assenza di risposte a queste domande e di trasparenza, e in mancanza di un comunicato stampa dettagliato sul sito del Mibact, ogni dubbio è legittimamente espresso.


Articolo pubblicato su “Gli Stati Generali” il 9 gennaio 2021

Fotografia di Charles Deluvio da Unsplash