di Andrea De Marchi

Caro direttore,

Eike Schmidt ha annunciato un importante progetto di delocalizzazione di alcune opere degli Uffizi in musei disseminati nel territorio regionale. Il direttore degli Uffizi ha illustrato le sue intenzioni nell’intervista a la Repubblica l’11 ottobre e nell’intervento sul Corriere Fiorentino di ieri [n.d.r. 13 ottobre 2020].

Insieme con i miei colleghi docenti di storia dell’arte all’Università di Firenze e con i nostri studenti in primavera abbiamo organizzato una serie di webinar, in pieno lockdown, apposta per perorare il ripensamento radicale di un sistema museale unilaterale e accentrato in favore di una rete articolata, che valorizzasse luoghi diversi, in città e nel contado. Non possiamo quindi che salutare con entusiasmo questi propositi.

Giustamente Schmidt sostiene, con enfasi, che «il museo diffuso sarà il modello del ventunesimo secolo». Se di scelta strategica si tratta, e non di operazioni di piccolo cabotaggio, lo si capirà dal seguito, ma intanto il metodo appare discutibile. Scelte così importanti non meriterebbero una riflessione preliminare condivisa con i diversi attori e le diverse competenze — e quindi la comunità degli storici dell’arte, l’università, gli altri istituti preposti alla tutela, gli amministratori degli enti locali — un dibattito autentico, senza pregiudizi e nel merito?

Al di là del lancio pubblicitario scintillante, qualsiasi competente poteva avvertire quanto insignificanti fossero le opere di cui si anticipava la delocalizzazione, a fronte di una così sbandierata rivoluzione copernicana. Complessi come la villa medicea dell’Ambrogiana a Montelupo o quella di Careggi potrebbero in potenza diventare sedi museali di tutto rispetto, nel quadro di una Galleria degli Uffizi ripensata in forma plurale e decentrata, a patto che vi sia un progetto museografico robusto e non si tratti solo di depositarvi un pugno di opere del tutto casuali e secondarie. Dalla cappella della villa di Careggi, che ancora esiste, vengono la Pietà di Rogier van der Weyden degli Uffizi e la Resurrezione di Verrocchio del Bargello. Un giorno forse qualcuno ve li riporterà, io sono convinto che prima o poi succederà, perché la ricomposizione dei contesti è il futuro degli studi e della tutela, ma probabilmente i tempi non sono ancora maturi. Ma portare a Careggi qualche sottoprodotto della bottega di Apollonio di Giovanni di tema mitologico che senso ha? Che discorso costruisce? Rischia di essere fin ridicolo a paragone della corte di Lorenzo il Magnifico che si vorrebbe evocare.

Il neo-presidente delle Regione Toscana, Eugenio Giani, aderisce con entusiasmo all’idea di una delocalizzazione degli Uffizi e di un recupero della Villa di Careggi, in mano alla Regione, dove vorrebbe «realizzare anche un museo di storia della medicina» e, soggiunge, «a questo punto chiederò a Schmidt se si possono avere opere degli Uffizi collegate in qualche modo alla storia della scienza». Veramente un Museo di storia della scienza a Firenze esiste già, in palazzo Castellani, e forse bisognerebbe cominciare col valorizzare e potenziare quanto già c’è. Ma soprattutto sarebbe necessario un approccio meno aneddotico e improvvisato. I musei non si fanno e si disfano in due balletti.

Io non ho pregiudizi sulla creazione di nuovi musei, specie se ciò permettesse di dare una funzione adeguata a complessi monumentali come l’Ambrogiana o la Villa di Careggi. Io stesso ho lanciato l’idea di irrobustire l’esposizione del derelitto museo del Cenacolo di Sant’Apollonia, estendendolo al chiostro, impropriamente adattato a mensa universitaria, radunando opere quattrocentesche degli Uffizi e dell’Accademia che affollano percorsi espositivi inutilmente congestionati. La Regione dovrebbe però prima ricordarsi di mettere in rete e dare più linfa a una costellazione straordinaria di musei a Firenze e attorno a Firenze, dal Museo Horne al Museo Stibbert, dalla Casa Buonarroti al Museo Marino Marini, dal Museo Bardini alla Villa di Poggio a Caiano, ecc.

In un articolo ospitato su questo giornale, il 9 giugno scorso, commentando la proposta di Schmidt di riportare la Maestà di Duccio in Santa Maria Novella, l’avevo provocato a ricomporre piuttosto la sala degli Uomini illustri di Andrea del Castagno nella Villa Carducci a Legnaia, dove restano parti di quello stesso ciclo, strappato a metà Ottocento, perché mi sembrava un obiettivo più sensato e praticabile, per cui a Scandicci ci si dovrebbe battere, tanto più ora, raccogliendo l’apertura del direttore degli Uffizi verso ampie interlocuzioni con gli enti locali. Su questa proposta mi pare che Schimdt non si sia mai espresso. O meglio ha risposto ora, a modo suo, annunciando che il Dante verrà separato e spedito al centro visite delle foreste Casentinesi di Castagno, aggiungendo violenza a violenza (e poi spediamo il Boccaccio a Certaldo, il Petrarca ad Arezzo e il Pippo Spano a Budapest?).

Veramente una scelta simile, che io riterrei scellerata, non andrebbe nella direzione della valorizzazione dei contesti di origine, ma sarebbe solo la strumentalizzazione di un’opera, smembrata due volte, per una vetrina effimera. Se invece esiste un progetto culturale è bene che questo sia chiarito e condiviso, pubblicamente. Perché il direttore degli Uffizi, invece di procedere in solitaria e per exploits giornalistici, non organizza un forum delle idee, in cui tecnici e politici, storici e amministratori possano offrire ognuno il loro contributo? Il confronto fa bene a tutti.

L’autore è Professore ordinario di Storia dell’arte medioevale e coordinatore del Dottorato in storia delle arti e dello spettacolo Università di Firenze – Dipartimento SAGAS


Articolo pubblicato sul “Corriere Fiorentino” il 14 ottobre 2020

Fotografia di Fabio Fagorzi da Wikimedia Commons