Scippato il Colosseo? Il grande Anfiteatro no, ma i suoi pingui incassi sì e presto. Col grimaldello di un semplice emendamento alla legge di stabilità.

Non c’è pace per l’archeologia romana, cioè per uno dei più grandi patrimoni planetari. Riforme, o controriforme, che ormai si fanno per decreto, senza disegni organici. O addirittura, come quest’ultima, con un emendamento alla legge finanziaria di stabilità che per Roma e dintorni diventa di massima instabilità avendo per obiettivo il “tesoro” degli incassi del Colosseo: 55-60 milioni di euro.
Ma se l’ultima “riforma” Franceschini risaliva soltanto a pochi mesi fa? Certo, e ha fatto già dei bei danni staccando in modo chirurgico i Musei e i siti archeologici (valorizzazione) dalle Soprintendenze (tutela). Quindi non più la Soprintendenza archeologica speciale voluta per Roma e per Pompei da Walter Veltroni, ministro con Prodi, con un territorio da Montecompatri (area, straordinaria, di Gabii) alla Villa di Livia sulla Flaminia, ricomprendendo l’intera Appia Antica, i Fori, tutti i Musei, ecc. A suo posto una Soprintendenza unica alle Belle Arti, al Paesaggio e all’Archeologia (che ha competenza soltanto entro le Mura Aureliane con alcune importanti appendici esterne) e poi un dispendioso spezzatino di due Parchi Archeologici (Appia affidata ad una storica dell’arte, e poi Ostia Antica), mentre in un solo Museo Archeologico Nazionale si accorpano Terme di Diocleziano, Collegio Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi nati con collezioni, fini, materiali molto differenti. E il Colosseo, il vero, enorme vitello d’oro? Probabilmente col Palatino e magari Caracalla altro pezzo pregiato, forse Domus Aurea.
Con quali criteri “scientifici”? Il soldo, la grana, il cucuzzaro. La nuova riforma/deforma si materializza, inattesa, sotto forma di emendamento alla legge di stabilità il 25 ottobre in Consiglio dei ministri, articolo 54 bis, punto 15. Origine governativa quindi, non ministeriale. Insieme a misure per il golf, le strade Anas, il Progetto Ryder Cup. Viene però stralciato come “non pertinente”. Riappare, ostinato, come articolo 74 comma 15 nel testo “bollinato”. Di nuovo stralciato dal presidente della commissione Bilancio, onorevole Francesco Boccia. Qui spunta la deputata Lorenza Bonaccorsi, romana, eletta con lo slogan “In Parlamento le idee di Matteo Renzi”, tenacissima, alla guida della commissione Cultura del Pd, un fratello, Filippo, nel “cerchio magico” renziano, prima presidente dell’Azienda Trasporti di Firenze privatizzata, poi assessore alla Mobilità, infine a Palazzo Chigi (piano scuole). Da sola o con pochi non ce la fa, Boccia la riboccia. E però alza le mani davanti a una ventina di deputati Pd, guidati da Lorenza. E così, col pretesto di un adeguamento alle norme europee (che in realtà c’è già stato) si riaprono i termini della fresca riorganizzazione Franceschini, confusa di per sé, ma resa addirittura caotica staccando la “cassa” del Colosseo dal resto. Con un ente autonomo? Non si sa. Con un direttore-manager, magari straniero. Gli incassi prenderanno la strada del Ministero, come avveniva prima del ’95, quando ai Musei si pagava una tassa di accesso e non un biglietto d’ingresso e gli incassi li dovevano portare con la “bolgetta” di ordinanza in Banca d’Italia che li avrebbe trasferiti al Ministero. Si torna indietro di vent’anni. Purché la sorte di quei 55-60 milioni venga decisa al Ministero, magari a Palazzo Chigi, non a Roma, come avveniva consentendo a Musei e Parchi di vivere o sopravvivere.
Renzi è convinto che Musei e Parchi possano diventare “macchine da soldi”. Ma Pompei e il Colosseo sono totem ineguagliabili. Lo stesso Grand Louvre coi suoi 9 milioni di visitatori copre con incassi e servizi appena il 50 % dei costi e lo stesso accade al Metropolitan Museum (bilanci on line, ragazzi, svegliatevi). I quattro Musei archeologici nazionali di Roma incassano quanto basta, sì e no, a pagarsi le bollette. Dove vivono i “riformatori”?
A parte l’incremento vertiginoso e paralizzante di carte (lettere, ordinanze, risposte, chiarimenti) provocato dalla frantumazione della Soprintendenza Archeologica speciale di Roma, un ultimo drammatico dato: la mancanza di fondi per la manutenzione del centro storico più bello del mondo. Dopo il recente sisma molti parroci hanno telefonato allarmati per le crepe createsi nelle chiese e con loro gli abitanti di palazzi storici. In realtà, secondo gli architetti della Soprintendenza, si trattava di vecchie ferite. Bisogna però rimarginarle. Quanto c’è in cassa nel 2016 per le manutenzioni a Roma? Nemmeno un euro.

Il Fatto quotidiano 30 novembre 2016