Il 15 aprile, a due giorni dal referendum sulle trivellazioni in mare, le Edizioni Gruppo Abele, casa editrice del Gruppo Abele, associazione schierata per il “Sì” al quesito referendario imminente, pubblicava una piccola raccolta di saggi, firmati da Alessandra Algostino, Luigi Ciotti, Livio Pepino e Tomaso Montanari. Titolo: “Italicum e modifiche costituzionali. Io dico NO”.
Apparentemente fraintendibile, dietro quella pubblicazione stava invece una scelta coraggiosa e ricca di fiducia. Il libro è un manifesto di dissenso ragionato:

il “No” del titolo è diretto alle modifiche costituzionali imminenti e alla nuova legge elettorale. “Dire No” – recita la quarta – è un esercizio di sovranità consapevole, un gesto di resistenza contro l’autoritarismo, la prevaricazione, l’attacco ai diritti di tutti. È una scelta per una società migliore.
I prossimi referendum di ottobre si preannunciano politicamente cruciali. Ma, come reagiranno gli italiani e perché aleggia il disinteresse generale (il referendum del 17 aprile non ha raggiunto il quorum) lo abbiamo domandato a Tomaso Montanari, coautore del saggio “io dico NO”, docente di Storia dell’arte presso l’Università Federico II di Napoli e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

Sottrazione di sovranità, disinteresse verso la politica e vincita dell’astensionismo, alcuni dei sintomi che il popolo italiano mostra nelle occasioni in cui viene chiamato ad esprimersi, compresa l’ultima sulle trivellazioni. Professor Montanari, come si è arrivati a questo?
I cittadini si chiedono “perché dovrei andare a votare se poi quel che dico non conta niente?”. Il referendum sull’acqua è un esempio clamoroso. Milioni di italiani vanno a votare, si raggiunge il quorum, si dice di Sì all’abrogazione di alcune norme che prevedono una sorta di privatizzazione di quel bene comune. Ebbene, a oggi i risultati del referendum sono lettera morta nella gran parte del Paese. Sono lettera morta nello stesso partito del premier, il Pd, che presenta un emendamento a un disegno di legge in discussione in Parlamento per vanificare quei voti e privatizzare di nuovo l’acqua.
E questo vale a più livelli. Se pensiamo che il governo che c’è ora non ha mai passato una consultazione elettorale. È il frutto di una manovra di palazzo che ha estromesso Letta e ha fatto entrare Renzi per volere di un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che interpretava il proprio ruolo in modo cesarista e, secondo me, incostituzionale.
Ci sono state poi le elezioni europee, che non sono elezioni politiche. Il premier si è vantato di aver raccolto in esse un risultato straordinario: il 41% dei consensi. In realtà si è trattato del 41% di circa la metà degli aventi diritto al voto. Dunque, un dato di astensione clamoroso, che, peraltro, non è stato visto come un problema. Piuttosto come un opportunità.
Fino al referendum sulle trivelle in cui Renzi e lo stesso Napolitano hanno invitato a non votare. Ed è orribile che alte cariche istituzionali dello Stato invitino i cittadini a violare la Costituzione, nella quale, all’art. 48, si dice che il voto è un dovere civico.
La ragione della disaffezione dei cittadini sta qui e dipende dal fatto che ad essere antipolitico è il gioco del potere dentro alle istituzioni. Il cattivo esempio, che provoca allontanamento, viene dall’alto…

Nel suo saggio scrive “Costruire i presupposti costituzionali ed elettorali per cui una minoranza molto determinata possa dismettere il ruolo dello Stato a scapito di una maggioranza anestetizzata e ridotta al silenzio”. Dire No ai referendum elettorale e costituzionale è sufficiente, vista la struttura del tentativo manipolatorio?
Certamente non è sufficiente. Però è necessario. Necessario perché se passa questo cambio radicale, che non vorrei chiamare riforma ma piuttosto revisione, violenza alla Costituzione, tutto il resto sarà molto più difficile. Il punto vero è che la riforma costituzionale e la legge elettorale daranno il potere in mano a un solo partito. E, per come si sono messe le cose – visto che il segretario di quel partito è anche il primo ministro – a una sola persona. Questo vorrà dire controllo dell’informazione e leggi bavaglio, vorrà dire stretta sulla magistratura. Vorrà dire l’eliminazione degli spazi di pensiero critico che servono al controbilanciamento dei poteri. Da storico dell’arte vedo e critico la distruzione delle sovraintendenze che sono un contropotere al potere politico. Fermare questa deriva è necessario perché, se passano le modifiche per cui si chiedono i referendum, in futuro tutto diventerà più difficile per i cittadini. Tuttavia, lo ripeto, non è sufficiente. I No al peggio servono a rimettere in moto i Sì al meglio. Per questo, oggi, il No a queste improvvide “riforme” è una necessità.

Cito ancora il suo saggio, “All’idea di cittadino si sostituisce quella di cliente. Alla felicità pubblica la sazietà privata”. Eppure non è una degenerazione moderna del capitalismo. Lo spiega bene l’uso bipartizan dell’espressione “padroni in casa propria” …
“Padroni in casa propria” ha un’origine legata al fascismo e, ancora prima, alla politica ottocentesca. Ha avuto una grande fortuna recente nei Paesi con grossi movimenti xenofobi. È un motto contro i migranti, contro la società multiculturale, contro l’apertura. In Italia ha avuto un’applicazione ahimè originale.
Silvio Berlusconi, con la Legge Obiettivo del 2001, ha resuscitato questo motto per solleticare il desiderio degli italiani di affrancarsi dalle leggi. In materia urbanistica ed edilizia. È il motto dei condoni e dell’abusivismo: facciamo quello che ci pare dell’ambiente senza obbedire a nessuno. Per Berlusconi era l’amo ai privati. Con Renzi e Lupi (autori dello Sblocca Italia, di cui il motto che discutiamo è il claim) l’uso è stato ampliato. Ora significa facciamo quello che ci pare in termini di grandi opere: le autostrade, il petrolio, le trivelle. Sono solo esempi.
Mi ha stupito in questi giorni quello che ha detto il neo presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Massimo Inguscio, nominato dal ministro Giannini. Ha affermato che il compito della ricerca pubblica è “fare andare avanti l’Italia senza pensare a principi etici”.
Da ricercatore non potrei essere più in disaccordo. La scienza e i principi etici hanno un dialogo vitale. Nessuno può fare ricerca fuori dall’etica. L’idea è che possiamo consumare il Paese, l’ambiente, il suolo senza remore.
Negli stessi giorni il Papa da Roma scrive che “dobbiamo essere custodi del creato”. Custodi o padroni? Una bella differenza.

Don Milani parlava di ricreazione organizzata dai padroni. Come si reagisce a questo?
Facendo obiezione di coscienza. Cercando di non cadere vittime dell’industria del divertimento. Faccio un esempio, invece di andare a vedere le grandi mostre, che sono marketing, conosciamo il patrimonio monumentale gratuito, il paesaggio, le città storiche. C’è bisogno di una forte capacità di autogoverno dei cittadini. C’è bisogno di un consumo culturale sostenibile.
Carlo Petrini e Slow Food hanno messo all’ordine del giorno in questo Paese il consumo alimentare sostenibile, giusto, sano, pulito. Per la cultura non si è mai fatto questo discorso. Eppure don Milani metteva in guardia, già molti anni fa, dallo svago organizzato, dalla decerebrazione di massa. Pensiamo a come è stato massacrato il servizio pubblico televisivo italiano. È uno strumento di costruzione del consenso e abbrutimento privato che toglie ogni velleità di partecipare alla vita pubblica. Questo intrattenimento ci vuole incollati in casa davanti al televisore. Io credo che si debba uscire, nelle piazze.

(toni castellano) http://www.gruppoabele.org/custodi-o-padroni/