di Alessio De Cristofaro

La recente polemica per l’uscita dall’Italia di alcuni arredi del Castello Sforzesco disegnati dallo studio BBPR ripropone un tema spinoso della cultura contemporanea: quello della tutela e valorizzazione delle arti applicate e del design del Novecento italiano.

La questione, come spesso accade da noi, è viziata e confusa dal combinato disposto di alcuni fattori: la mancanza di orientamenti comuni nelle politiche di tutela per queste particolari categorie di beni culturali, una conoscenza generica della materia da parte di chi sarebbe preposto al controllo, una certa presenza sul mercato di operatori senza qualificazione e scrupoli di sorta. Vorrei provare brevemente a fare chiarezza sul tema, evitando, spero, pregiudizi e conformismi.

La tutela e la valorizzazione del Made in Italy novecentesco dovrebbero essere tra le priorità del MiBACT, perché si tratta del Patrimonio Culturale che, col cinema, più profondamente ha espresso i valori, i caratteri e l’identità della civiltà nazionale: Bernard Berenson lo aveva già chiarito, inascoltato, oltre cento anni fa. L’Italia del XX secolo vanta pochi artisti e movimenti  internazionali, mentre in questo campo ha dato al mondo uno dei maggiori contributi in assoluto: la storia del Made in Italy è la storia di una inesausta creatività, dell’economia e della cultura materiale nazionale, del gusto, della società in evoluzione, dei valori etici ed estetici che hanno segnato la vita degli italiani del secolo scorso.

La tutela di questo genere di patrimonio non è però facile: si tratta, per sua natura, di un patrimonio fatto per la stragrande maggioranza da opere seriali, in origine destinate al mercato e all’uso quotidiano, prodotte a volte in centinaia o migliaia di esemplari, che chiaramente non ha alcun senso vincolare sic et simpliciter. Ai sensi del Codice, oggetto di tutela dovrebbero essere solo quelle opere che per rarità o significato storico si distinguono dalla massa di opere seriali ancora in circolazione sul mercato e in uso nella nostra vita quotidiana: opere rare come i pezzi unici, i prototipi, i disegni originali di progetto; opere di significato storico alle quali non l’unicità, ma il contesto ha dato importanza culturale: opere per allestimenti e progetti architettonici pubblici e privati di particolare significato, per le Biennali, le Triennali o per mostre storiche internazionali, per commissioni storiche dall’alto valore politico o sociale, collezioni e archivi aziendali etc

Questo orientamento apparentemente semplice, nella realtà si scontra con alcuni problemi pratici che il ministero non è ancora riuscito a risolvere in modo definitivo. Il primo problema è che le soprintendenze raramente hanno in servizio storici dell’arte specializzati in questo senso: fanno dunque affidamento su tecnici formati in altri campi della storia dell’arte, che in qualche modo cercano di districarsi nelle valutazioni. Il Made in Italy è però materia complessa, raramente insegnata come disciplina autonoma nelle università, dotata ormai di una ricchissima bibliografia non sempre facile da reperire e caratterizzata da notevoli problemi storiografici e critici. In altre parole, per riconoscere le opere di interesse, bisogna conoscere approfonditamente artisti-artigiani, designer, manifatture, fabbriche, contesti, esposizioni storiche, la cui ignoranza, altrimenti, rischia di portare a errori clamorosi. In attesa di reclutare o formare specialisti, il ministero dovrebbe intanto catalogare a tappeto l’esistente e servirsi di una commissione nazionale di esperti fatta anche da tecnici esterni: quegli studiosi che, dai primi anni Sessanta, come pionieri hanno gettato le basi per la conoscenza e la valorizzazione di questo immenso patrimonio. Si eviterebbe così di procedere con l’apposizione di vincoli a poltrone di Ponti o vetri di Murano prodotti in migliaia di esemplari, permettendo, invece, la dismissione di arredi pubblici storicizzati, che già per loro natura sarebbero inalienabili, o lo sembramento di contesti in cui gli arredi sono parte integrante dell’opera architettonica che pur si tutela.

Il secondo problema è che il ministero per tutelare veramente bene, dovrebbe contemporaneamente valorizzare, come il Codice vorrebbe: ovvero, dovrebbe dare avvio a una seria e organica campagna di acquisti di opere sul mercato, da far confluire in un grande museo del Made in Italy. Perché, altrimenti, vincolare solo opere in mano a privati significa deprimere il collezionismo e incentivare illegalità e pratiche opache.

Il fatto che l’Italia ancora non abbia un simile museo lascia sconcertati. Pur avendo alcune realtà locali notevolissime, come la Triennale di Milano, nessuno, in tempi recenti, si è mai cimentato col tentativo di creare un grande museo nazionale che tutelasse e raccontasse la storia di tutto il Made in Italy, non solo quella di singole realtà regionali o produttive. Rintracciandone le origini nelle industrie e nelle arti applicate dei Regni preunitari, seguendone lo straordinario sviluppo nell’Italia tra l’Unità e la Seconda Guerra, per poi giungere a raccontarne i fasti più recenti, fino alla sua attuale e perdurante vitalità. Qualche anno fa, ricordo di un progetto di Umberto Croppi all’EUR di Roma, poi affogato nelle pastoie della politica; da ultimo, l’ex ministro Bonisoli ha disposto la creazione di una Direzione Generale alla Creatività Contemporanea perfetta per promuovere una simile idea. Coi fondi CIPE, e raccogliendo il tantissimo materiale già presente in molti magazzini e sedi museali nazionali, non sarebbe difficile trovare qualche decina di milioni di euro per dare vita a un museo che potrebbe far parlare il mondo.

Qualche parola, infine, anche sugli operatori del mercato e le modalità di esportazione di queste opere. Non di rado, molti di loro si lamentano degli ostacoli e dei problemi che la burocrazia crea al lavoro quotidiano, chiedendo una semplificazione delle procedure. In linea teorica, una semplificazione sarebbe auspicabile, ma cum grano salis, perché purtroppo, anche in questo settore, non mancano mai persone senza scrupoli, pronte ad auto dichiarazioni mendaci, o addirittura a immettere sul mercato opere false. La vigilanza deve dunque restare alta, come per le altre categorie dei beni del Patrimonio: la recente introduzione di una soglia di valore sotto la quale far passare le opere con procedure più rapide, per com’è strutturata, è pericolosa, perché molti potrebbero essere indotti a dichiarare valori falsi per aggirare i controlli. Inoltre, il Made in Italy da tutelare non è solo fatto dai grandi nomi: ma anche da quel fittissimo tessuto di artisti, manifatture, esperienze locali, che danno unicità e varietà al nostro Patrimonio, e che sono espresse da opere che, a livello commerciale, spesso restano sotto certe soglie. Se così fosse, lo Stato perderebbe la possibilità di tutelare beni che, per rilevanza storica e significato identitario, sono ben più importanti degli oggetti seriali oggi amatissimi dai collezionisti e arredatori di tutto il mondo. La strada giusta è un’altra: velocizzare i tempi di espletamento delle pratiche incrementando numero e competenze del personale, valutare con giusti criteri e rigore scientifico le opere, valorizzare e promuovere presso operatori, collezionisti, appassionati e cittadini la consapevolezza che il Made in Italy è un Patrimonio comune da difendere assieme.


Fotografia di Paolo Monti del Fondo Paolo Monti della Fondazione Biblioteca Europea di Informazione Cultura (BEIC) tramite Wikimedia Commons