«Venezia è tutta privata». Da perla della cultura a grande distesa immobiliare per pochi

Enrico Tantucci

Venezia è perduta. Oltre vent’anni di cessione sistematica del suo patrimonio edilizio ai privati a fini di lucro, l’hanno svuotata progressivamente della sua funzione urbana e i pochi residenti rimasti sono testimoni residuali di un processo di privatizzazione ormai irreversibile. È la tesi radicale ma articolata – descrivendo nel dettaglio le singole grandi operazioni immobiliari che hanno riguardato la città, con la cessione continua di patrimonio e funzioni pubbliche – contenuta in un libro appena uscito. Si intitola Privati di Venezia. La città di tutti per il profitto di pochi, pubblicato nella collana Antipatrimonio diretta da Maria Pia Guermandi e Tomaso Montanari, per i tipi di Castelvecchi.

E a scriverlo è un’urbanista veneziana come Paola Somma, già docente allo Iuav, che da anni segue con crescente preoccupazione le trasformazioni urbane. Il libro, scrive Somma, «non è frutto di ricerche di archivio, ma della semplice rilettura delle cronache quotidiane (aggiornate fino al giugno scorso, ndr) le cui informazioni ci sono passate davanti agli occhi ogni giorno e che non sempre abbiamo saputo/voluto connettere le une alle altre». Un processo iniziato già quarant’anni fa quando i neoliberisti decisero che «le città valevano troppo per essere lasciate alle comunità che vi abitavano e lavoravano e che bisognava trasformarle in occasioni di investimento. Da allora la riconversione dei luoghi più ricchi di giacimenti d’arte in fabbriche di eventi e in condensatori di rendita immobiliare ha proceduto parallelamente su tre fronti: alterazione irreversibile del tessuto demografico in termini quantitativi e, soprattutto qualitativi; interventi sulla struttura fisica per facilitare l’arrivo e il soggiorno di quantità sempre crescenti di turisti; modifica del ruolo dello Stato che, a tutti i livelli di governo, è diventato l’esecutore delle direttive del mercato».

La prima parte del volume si concentra su aspetti particolari della privatizzazione di Venezia, legati a diversi tipi di clientela. Le isole della laguna riconvertite in alberghi di lusso. Le aree attorno a Piazza San Marco, a Rialto e alla Stazione di Santa Lucia destinate a funzioni commerciali. La zona che va dal ponte dell’Accademia alla Punta del­ la Dogana destinato al turismo d’arte. Gli spazi residui sono ancora per la residenza, assediata però dalla riconversione turistica degli alloggi. Un ridisegno che secondo Paola Somma non sarebbe mai potuto andare in porto senza la modifica dei piani urbanistici e delle destinazioni d’uso del Comune, nel corso del tempo e senza distinzione di colore politico.

Tre capitoli sono dedicati inoltre a tre luoghi-simbolo della città, associaci ad altri tre progetti legati al loro sfruttamento economico. Rialto, associato in particolare al la conquista del Fontego dei Tedeschi da parte del gruppo Benetton per cederlo poi in uso al grande magazzino del lusso Dfs. L’Arsenale, suddiviso tra la Biennale e il Comune che lo usano soprattutto per manifestazioni. San Marco, sotto controllo in particolare da parte delle Assicurazioni Generali, tra il progetto in corso di riuso delle Procuratie Vecchie e l’intervento sui Giardini Reali poi affidato alla Venice Gardens Foundation per la gestione. Ma il “j’accuse” dell’autrice non risparmia nessuno – dalla svolta aziendalista della Fondazione Musei Civici, al ruolo sostanzialmente gregario e funzionale a questo ridisegno economicistico del futuro della città che svolgerebbero anche le università veneziane, senza svolgere alcuna funzione critica.

Al ruolo appunto del Comune, che incoraggerebbe in tutti i modi questa privatizzazione, offrendo gli spazi della città a chi se ne voglia servire a fini di lucro in cambio di un ritorno economico. Un’analisi durissima e in qualche modo senza speranza per il futuro di questa città che forse non troverà tutti d’accordo, ma che serve comunque a far riflettere seriamente su cosa Venezia sia diventata e soprattutto come abbia intenzione di andare avanti.


Articolo pubblicato su “La Nuova” l’8 ottobre 2021. Fotografia di Jensino Birnini da Pixabay.

 

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