G20, i grandi sono accolti da addetti pagati 5 € l’ora

Leonardo Bison

Questa mattina, dopo le celebrazioni al Colosseo di ieri sera con tanto di intervento del premier Mario Draghi e della direttrice generale dell’Unesco Audrey Azoulay, i ministri del G20 Cultura – il primo di questo genere, tenacemente voluto da Dario Franceschini – si riuniscono in uno dei più bei palazzi di Roma, Palazzo Barberini, sontuoso edificio barocco progettato per papa Urbano VIII. Oggi è un museo statale, che per l’occasione è stato chiuso al pubblico. Lì, tra un summit e l’altro, tra un aperitivo e una conferenza stampa, in presenza di un Tiziano appositamente spostato da Napoli, ministri e addetti ai lavori troveranno a popolare le sale, vestiti di tutto punto, preparati e concentrati sul rendere più gradevole la permanenza all’interno dell’istituto anche 15 addetti e addette all’accoglienza diversi dagli altri. Anche se nessuno dei presenti forse lo noterà, anche se saranno dotati dello stesso pass di ogni altro addetto, non sono dipendenti del museo: sono lavoratori esternalizzati. E per il compito che svolgeranno oggi, essenziale per la riuscita dell’evento e per la sicurezza dello stesso, saranno pagati 4,8 euro l’ora.

Sia chiaro, non saranno pagati poco solo per questo evento: sono sottopagati così da quattro anni, da quando l’ennesimo bando al massimo ribasso li ha fatti passare dal già pessimo contratto multiservizi (7 euro l’ora) al contratto dei servizi fiduciari e ausiliari, proprio della vigilanza privata, nonostante tutti loro siano lavoratori specializzati del settore culturale. La loro storia è la storia di tante e tanti, nel settore. Ci spiegano che lavorano per i musei statali da vent’anni, avendo cambiato una decina di società e cooperative, ma non sono dipendenti statali. E, solo grazie all’inserimento della clausola sociale nel loro contratto (voluta dalla dirigenza del Palazzo, e di cui molti dei loro colleghi sono privi), hanno trovato una certa continuità lavorativa che non ha, comunque, impedito che, a causa di leggi nazionali che prescindono dalla volontà del singolo museo, l’ultimo ennesimo ribasso li abbia costretti a una busta paga di 750 euro al mese.

Abbiamo parlato con uno dei lavoratori esternalizzati, Chiara. Ci ha spiegato che per loro essere coinvolti nell’evento del G20 è stata in realtà una gratificazione, un riconoscimento professionale. “Il problema non è domani, ma 365 giorni l’anno”, ci ha detto. Certo, oggi la loro silenziosa presenza striderà con le celebrazioni e le discussioni che li circonderanno, in cui delegati Unesco, ministri, direttori di musei e fondazioni, tratteranno tantissimi temi: dal traffico illecito dei beni culturali alla formazione degli operatori, dal cambiamento climatico fino alla transizione digitale. Ma non tratteranno di chi gli sta intorno, delle condizioni di lavoro dei lavoratori che consentono il funzionamento della macchina ministeriale, dei musei, delle biblioteche, degli archivi statali, da decenni, senza però essere parte del ministero. Persone che spesso nel corso del 2020 hanno vissuto per mesi, durante le chiusure degli istituti, con casse integrazione minime e in ritardo.

“Vorrei che ci chiedessero chi siamo, perché siamo lì”, ci dice Chiara, che neppure vuole che si faccia il nome della società esternalizzata per cui lavora, essendo “una delle tante, solo l’ultima che ha vinto un appalto al massimo ribasso”. Per Chiara è l’intero sistema delle esternalizzazioni a dover essere rivisto, evitando di disperdere competenze e denaro pubblico. E cercando di inserire nell’organico le loro figure, per evitare abusi che pure sono stati resi possibili da scelte politiche e sindacali che ora stanno dando i loro frutti. Ieri sera, ad accompagnare le note del maestro Riccardo Muti che ha aperto con il suo concerto il G20 della Cultura, c’erano gli operatori del Colosseo, esternalizzati a 7 euro orari. Oggi Chiara e i suoi colleghi, che il Palazzo stima ma che non ha i mezzi per pagare di più. Forse il prossimo G20 dovrebbe partire da qui, come chiedevano il sindacato Usb e l’associazione Mi Riconosci che ieri mattina hanno manifestato al Colosseo al grido di “Senza cultura nessun futuro” insieme a lavoratrici e lavoratori da tutto il Paese. Non resta che sperare che qualche ministro si incuriosisca, vedendo quelle quindici silenziose presenze nel Palazzo e possa iniziare una sana discussione a riguardo.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 30 luglio 2021. Fotografia dalla cartella stampa del MiC
 

 

 

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