di Tomaso Montanari

Se io fossi il ministro per i Beni culturali licenzierei tutti i cortigiani profumatamente pagati come suoi consiglieri (l’elenco è online), e correrei a incontrare un ragazzo perugino di vent’anni: Franco Popi Rujan, in arte Blind. Chi giovedì scorso abbia visto X Factor (che sarà pure un incartatissimo cioccolatino televisivo, ma è più istruttivo e umano di tutti i giornali italiani messi insieme), capirà subito perché.

Blind ha cantato (meravigliosamente, nonostante tutte le ingenuità dell’età) l’inedito Cuore nero e, prima di cantare, ha spiegato dove affondi le radici il suo male di vivere: “Sono venuto qui a riscattare me e la mia vita, vivo a Ponte San Giovanni, la prima periferia di Perugia, si può dire un postaccio. Questo posto per me rappresenta gioia, pianti e rabbia. Dopodiché ognuno capisce il valore che ha nella vita ed esce da queste mura perché questo è un carcere. Da adolescente ho perso la testa, mi sfogavo andando via di casa per tre o quattro giorni senza dire nulla a nessuno, andavo a farmi e stavo con gente più grande di me. Con il tempo ho capito che valgo più di tutte quelle situazioni che mi circondavano. Ho fatto un percorso che non pensavo di riuscire a fare. I miei amici sono importantissimi, e il video della mia prima canzone l’ho fatto grazie a una loro colletta”.

Le telecamere di X Factor sono andate a intervistarlo, lì: a Ponte San Giovanni. E così tra le luci e i lustrini dello studio di Sky è apparsa per un attimo la realtà del Paese: una periferia pensata e costruita davvero come un carcere, con casermoni disumani a chiudere ogni via d’uscita, materiale ed esistenziale. E no, non era Milano, Roma, Napoli: no, era l’orlo della dolce e gentile, medioevale Perugia: che la nostra generazione è riuscita a sfigurare, serrandola in una squallida morsa di cemento e infelicità.

Naturalmente la storia di Blind non parla certo solo al ministro per i Beni culturali: parla dell’abbandono del progetto della Costituzione, del tradimento della Sinistra, del fallimento della scuola e del suicidio dell’università. Ma in quelle poche parole, Blind ha scelto di parlare della periferia, di un luogo fisico: “Un postaccio”. Ha di fatto parlato del rapporto tra pietre (anzi, tra cemento) e popolo: andando al cuore della missione di chi dovrebbe governare la forma delle città italiane.

Rispondendo, il giorno di Ferragosto, a un mio articolo su queste pagine, il ministro Franceschini ha scritto: “Perché non accettare che un lavoro architettonico di grande qualità possa colmare ad esempio un vuoto di un nostro centro storico… Perché essere contro tutto ciò che innova e osa? Perché attaccare la Loggia di Isozaky, vincitrice di un concorso internazionale cui hanno partecipato i più grandi architetti, solo perché è un’opera contemporanea nel centro di Firenze?”.

Ci sono molti modi efficaci per rispondere a questa domanda. Alcuni stanno dentro il perimetro di un dibattito culturale secolare sul rapporto tra nuovo e vecchio, e di una tradizione avanzatissima di leggi di tutela che hanno reso le nostre città storiche così felicemente diverse da quelle inglesi o tedesche. Ma prima di arrivare a questo, c’è – come un macigno – il discorso di Blind a X Factor. Che porta a una conclusione molto semplice: ogni centesimo di euro sottratto alla riumanizzazione urbanistica e architettonica delle periferie è un vero e proprio crimine contro la vita di chi è imprigionato in quei “postacci”. I 12 milioni di euro gettati dal ministero per i Beni culturali nella Loggia di Isozaki (la datatissima, mediocre uscita dei Grandi Uffizi) sono 12 milioni tolti alla salvezza delle Piagge (per rimanere a Firenze, e citarne una delle più dure periferie). E, per favore, non si dica che c’è posto per tutti, che una cosa non esclude l’altra: perché lo sappiamo tutti che questa è una menzogna, lo è sempre stata: ci si continua a gingillare sciupando i centri storici, mentre le periferie giacciono nel più completo abbandono.

L’ANCE, l’associazione dei costruttori, tuona da settimane perché il Decreto Semplificazioni non permette di agire come vorrebbero sui centri storici. Che però sono abbastanza esposti alle ruspe da consentire al sindaco di Genova il surreale annuncio di “un nuovo centro s torico”: un centro che sarà trasfigurato grazie all’aver reso “possibili anche le demolizioni”. È una semplice, e notissima realtà: i costruttori e la politica vogliono incidere dove più alta è la rendita immobiliare, cioè nelle parti delle città che nutrono, e sono nutrite da, tutti i poteri. Delle periferie, dei “postacci” non ne vogliono sapere. E non è un caso se le periferie non votano più, se i partiti un tempo di sinistra hanno consenso solo nei ricchi centri storici.

Come accadeva a Omero e a Tiresia, la cecità (in questo caso metaforica) di Blind permette di vedere e dire la verità. Che qualcuno lo ascolti, prima che il cemento inghiotta altre generazioni.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 5 ottobre 2020

Fotografia da Wikimedia Commons