di Filippomaria Pontani

Per Georg Simmel Venezia simboleggia un ordine unico delle forme sotto le quali concepiamo il mondo: è dunque inevitabile che ad attrarre i forestieri siano da sempre anzitutto le sue calli, i suoi ponti, l’equilibrio con l’acqua, le trine di pietra o di marmo; al massimo, le chiese che prolungano il miracolo sotto alte navate o cupole dorate. Chi visita Firenze o Roma non parte senza essere entrato in almeno quattro o cinque musei, qui invece spesso basta Palazzo Ducale (1,4 milioni di ingressi all’anno), i più dediti si spingono all’accademia per Giorgione e Bellini, pochi alla Ca’ d’oro; il resto è en plein air. Eppure nulla si capisce del Settecento di Tiepolo e Goldoni senza una visita a Ca’ Rezzonico, nulla della storia millenaria della città senza una puntata al Museo Correr in piazza San Marco, ben poco dell’evoluzione moderna dell’arte e del design (dalla moda alle prime Biennali) senza un tuffo al Museo Fortuny e a Ca’ Pesaro, veri scrigni di tesori dimenticati, entrambi off limits addirittura sin dall’acqua granda del novembre scorso.

La perdurante chiusura di questi spazi – a onta del grazioso video ufficiale di celebrazione della riapertura, che li rappresenta tutti in una festa insincera – ferisce vieppiù il visitatore italiano che magari già conosce i posti più ovvi sin dalla gita scolastica delle superiori, e sarebbe ora pronto a calarsi nel tessuto vivo di una città meno schiacciata dall’overtourism. E invece la chiusura del Museo Correr, per dirne una, inibisce de facto anche l’accesso al Museo Archeologico e alle sale monumentali della Biblioteca Marciana; l’apertura alle visite “esclusive” in alcune sedi per gruppi di almeno 10 persone (al prezzo complessivo di 140 euro) è singolarmente inadeguata a un momento in cui latitano gruppi, scolaresche, torpedoni, e grandi navi, e in giro si vedono soprattutto coppie di ogni età, famigliole e appassionati solitari.

Vengono al pettine, nel momento della crisi, antichi nodi: se sia saggio affidare i musei di una città a una Fondazione (presieduta da una potente manager che fra l’altro siede anche nel CDA di Ca’ Foscari, dell’incubatore H-farm, di Unindustria…), collocando i beni comuni della cultura sotto il segno dell’imprenditorialità – bilanci in attivo, certo, addirittura 30 milioni di incassi nel 2018, ma poi orari di apertura più ristretti, mostre spesso poco fortunate e poco visitate, piani deleteri come quello (per ora sventato) di trasferire a Mestre la storica biblioteca del Correr, situazioni incresciose come l’esternalizzazione di buona parte del personale a cooperative che offrono paghe imbarazzanti ai laureati in cerca dei primi denari o ai nuovi disoccupati. Se sia saggio, più in generale, concepire il patrimonio come una rendita da spremere, e farlo guidare da chi (così il sindaco, che lo adibisce a sfondo per i video del suo amico Zucchero) lo concepisce non come oggetto di studio, conoscenza e tutela ma come il petrolio di un’ “area a vocazione turistica internazionale”. Proprio mentre ci sarebbe forse il modo di tramutare in una vera e propria “pubblica agorà” (così di recente Maria Pia Guermandi su Left) anche le collezioni al chiuso – se i campi e i campielli parlano di Andronico Paleologo e di Giuseppe Jona, di Galerio, Daniele Manin e Corto Maltese, quanto si potrebbe apprendere, per diventare consapevoli cittadini del mondo, dal Francesco Morosini del Correr, quanto dal Mondo Novo o dai Pulcinella di Giandomenico Tiepolo a Ca’ Rezzonico, quanto dai feroci marmi di Adolfo Wildt a Ca’ Pesaro?


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 9 luglio 2020

Fotografia di Ethan Doyle White da Wikimedia Commons