di Paola Somma

Il 28 marzo 2020, in una intervista al quotidiano La Repubblica, il senatore Luigi Zanda, partendo dalla considerazione che serviranno “idee nuove, molto coraggio e tanti tanti soldi, poiché occorrerà aiutare la ripresa sia del piccolo commercio sia della grande industria e nessun prestito ci verrà dato senza garanzie”, ha dichiarato: “se la UE non ci aiuta, siamo pronti a dare in pegno immobili pubblici.”Il senatore non ha specificato chi sono i “noi” sottintesi nella formula plurale “siamo pronti”. Che lui faccia parte del gruppo, non c’è dubbio, se già nel 2011, in una lettera al quotidiano il Foglio, aveva scritto “intelligenza è avere la tranquilla certezza che l’uscita dello stato da immobili e aziende e la restituzione della loro gestione all’iniziativa privata, italiana o straniera, favorisce la crescita”. Ma è questa la posizione del suo partito e del governo di cui fa parte? È questo che intendeva Giuseppe Conte, quando ha detto se l’Europa non ci ascolta, faremo da soli?  Una presa di posizione esplicita, oltre che un segno di rispetto nei confronti dei cittadini ai quali appartengono i beni che si vogliono ipotecare, ben sapendo che mai saremmo in grado di riscattarli, servirebbe a non lasciare che Matteo Salvini e Giorgia Meloni abbiano buon gioco nel cavalcare lo sdegno nei confronti di “chi vuol farci fare la fine della Grecia”.

È difficile credere che l’esternazione del senatore Zanda non sia stata discussa con i dirigenti del suo partito, di cui al momento è il tesoriere. L’avvocato Zanda, infatti, non è una pecorella smarrita, che si è fatta prendere dal panico in una notte di tempesta. Sta nelle stanze del potere da cinquant’anni ed ha occupato una serie di ruoli di rilievo, tra i quali: portavoce di Francesco Cossiga, consigliere d’amministrazione del gruppo l’Espresso, presidente di Lottomatica, presidente dell’agenzia per le celebrazioni del Giubileo. È stato anche, dal 1985 al 1995, il primo presidente del Consorzio Venezia Nuova e si è alacremente speso per la realizzazione del “progettone”, come allora veniva chiamato quello che ora è il MOSE, e sul quale non ha mai smesso di esprimere una incondizionata ammirazione, giungendo a definirlo “il più grande e imponente progetto di ingegneria idraulica immaginato nella storia: e forse il più bello”.  E forse è per questo che quest’opera meravigliosa non compare nella sua lista dei gioielli da sacrificare per la patria e che comprende musei, teatri, spiagge, porti, aeroporti nonché le sedi istituzionali del parlamento e dei ministeri.

Ovviamente la vendita del MOSE non è un’opzione realistica, ma prenderla in considerazione come ipotesi “per assurdo” può aiutare a prefigurare alternativi scenari futuri e le scelte che dovremo compiere per evitare che la cosiddetta ricostruzione non si risolva nella accelerata e incondizionata ripresa della rapina dei beni e delle risorse comuni.

E del resto, la vendita del MOSE, se non in quanto fisico manufatto, ma come simbolo del multiforme genio italico, è stato uno degli slogan utilizzati, nel marzo 2015, dall’attuale sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che durante la sua gloriosa campagna elettorale, soleva ripetere “se il MOSE funziona, lo vendiamo ai cinesi.”

Anche una volta eletto, l’idea di riuscire a piazzarlo a qualche compratore straniero non lo ha abbandonato ed allo scopo si è personalmente recato a New York per convincere gli americani a replicarlo, per proteggere Manhattan. La trattativa non è andata a buon fine, per l’intervento dello stesso presidente Trump, al quale si possono imputare molti difetti ma non la capacità di distinguere tra un affare e un bidone, che ha liquidato la questione con poche parole: “è un’idea costosa, folle, non rispettosa dell’ambiente e probabilmente non funzionerebbe… sarebbe obsoleto prima ancora di essere terminato”.

E quindi questo rottame continuerà a pesare sulle spalle dei contribuenti e ad alimentare quel debito pubblico, per il pagamento dei cui interessi passivi, il senatore Zanda, il sindaco di Venezia e politici di ogni rango e schieramento venderebbero l’intero paese. Così, mentre l’epidemia sta fermando attività ben più importanti, e magari contando sul fatto che nessuno può uscire di casa e manifestare pubblicamente il proprio dissenso, oggi ripartono le verifiche sulle paratoie e sulle dighe del MOSE che deve essere finito “a qualunque costo”.

 

Fotografia di Paola Somma