La prossima volta toccherà al Colosseo. Non si riesce a neutralizzare il pericoloso virus che ha infettato il Mibac/Mibact negli ultimi anni e che ha corroso la materia cerebrale di quanti lo

compongono. Abbiamo assistito, nell’infinita era Franceschini, ad aberrazioni inaudite, che elencarle fa male al cuore, tutte sottese da fini sconosciuti. Ora è la volta dei sanpietrini di Roma, preziosi, carichi di storia, della nostra storia gloriosa. Ebbene, si è deciso di eliminarli per far posto all’asfalto, progetto partorito nell’ambito del ‘Programma Strade nuove’ che prevede lo sradicamento dei tradizionali lastricati a sampietrini, definiti dai proponenti “come le pietre d’inciampo, che diventano inutili se si tolgono i lastricati”. Complimenti per la cultura, verrebbe da dire. Ciò che invece vien da pensare è l’affaire Programma Strade Nuove e i milioni che porta con sé, pronti ad essere in parte spesi e… in gran parte ad essere divisi. Malpensanti? Vediamo i precedenti. Negli anni ‘90 a Cosenza si verificò un caso analogo. Il corso principale della città storica, intitolato al filosofo cosentino Bernardino Telesio, fu sventrato per ‘portare il metano che dà una mano’ ai residenti di Cosenza vecchia. Il corso in questione era lastricato a sanpietrini. L’allora amministrazione comunale assicurò la cittadinanza che avrebbe vigilato sulle preziose e antiche ‘pietre’ e che le avrebbe rimesse al loro posto al termine dei lavori. Nessuno li ha più visti, nessuno sa che fine abbiano fatto. I malpensanti affermano che chi poteva disporne li ha venduti a caro prezzo. Corso Telesio oggi è ricoperto da finti sanpietrini e lastroni in perenne dissesto e la città ha perso una parte della sua ricchezza. La storia si ripete, si sa, per questo non vorremmo che quanto deciso a Roma sia improntato esattamente su ciò che è accaduto anni prima a Cosenza.

Intanto, da una nota dell’ANSA del 21 gennaio scorso apprendiamo quanto segue: «Con un voto tattico di astensione, il M5S in Assemblea capitolina ha ‘disinnescato’ il tentativo di parte della maggioranza di bloccare la sostituzione dei sampietrini con asfalto nelle strade più trafficate del centro di Roma. La mozione in oggetto, presentata dai pentastellati Gemma Guerrini, Roberto Allegretti e Simona Donati, è stata infatti respinta dall’Aula con 19 astenuti, 5 contrari e solo 7 favorevoli: il provvedimento chiedeva l’impegno della sindaca Virginia Raggi e della Giunta a trovare soluzioni alternative nell’ambito del ‘Programma Strade nuove’ per evitare lo sradicamento dei tradizionali lastricati a sampietrini, definiti dai proponenti “come le pietre d’inciampo, che diventano inutili se si tolgono i lastricati. La mozione, ha spiegato Guerrini, illustra in maniera esaustiva gli aspetti tecnici e di convenienza economica, il rispetto ecologico e la resistenza garantita dal lastricato a sampietrini. Il concetto negativo che si ha del lastricato a sampietrini deriva da una strumentalizzazione storica fatta dalle precedenti amministrazioni per nascondere l’incapacità e accortezza di manutenere le nostre strade e si incolpò il lastricato stesso piuttosto che riconoscere le proprie responsabilità. Grazie agli interventi di questa amministrazione quella dell’ammaloramento delle strade non è neanche più un’emergenza, nonostante ciò questa amministrazione sembra essere ancora sotto il fascino di quella narrazione strumentalizzante e si adagia su un concetto di considerazione di questo tipo di lastricato che rispecchia una visione culturale del patrimonio della città che non dovrebbe appartenere al M5S. Spostare i sampietrini dal loro alloggio storico è un’operazione di feticismo culturale, che non è un’ingiuria ma un termine tecnico che deriva dalle discipline etnografiche ed etnologiche. Non stiamo difendendo il sampietrino in sé, ma un monumento e un documento storico della città, e cioè le vie lastricate. Di questo monumento da questa amministrazione mi aspetto la tutela. È inutile mettere le pietre di inciampo di quelle operazioni che noi oggi ricordiamo con un senso di disperazione e tragedia quando noi togliamo i sampietrini storici che hanno visto quelle operazioni. Qualcuno si chiede: “ma sovrintendenza capitolina e sovrintendenza ministeriale hanno dato il loro via libera”?. Certamente. Ma vorrei ricordare che a capo del Mibact c’è un signore che ha permesso il Divo Nerone sul Palatino e porta avanti il disegno di rimodulazione e mortificazione delle competenze delle soprintendenze statali. La nostra sovrintendenza ha invece a capo un assessore che non si risparmia a dire che condivide questa visione della cultura. Così come Franceschini pensa a una bella pedana nel Colosseo, altrettanto a Roma si è pensato, quando si è dato l’annuncio del restauro dell’area sacra di largo Argentina di girarci un bel film. Quindi, se questa è l’impostazione della Soprintendenza e della Sovrintendenza, di che ci meravigliamo? Ora cari colleghi non possiamo dare la responsabilità a nessuno, siamo noi gli ultimi a poter dire di no a questa sconcezza, a questa distruzione. Prima della Breccia di Porta Pia si riunì un tavolo di speculatori e alti esponenti della Curia che avevano già preparato la distruzione di Roma, la speculazione edilizia della città. In quel momento si racconta che il grande Mommsen, a cui il principe Ludovisi faceva vedere il progetto che avrebbe sostituito quello che era definito il giardino più bello del mondo, che senza soluzione di continuità ci era arrivato dall’Antica Roma, e che il principe aveva già lottizzato. E Mommsen disse: ‘Non sapevo che i principi romani usassero esporre le proprie vergogne’. Ecco, oggi siamo qua per decidere se siamo eredi di tutte quelle persone che cercarono di impedire la distruzione di tutti i monumenti di Roma o se siamo gli eredi di quel principe romano».

Nell’Italia imbarbarita e svenduta del terzo millennio si aspetta con ansia la vendita, per pezzi, del Colosseo. La raccomandazione è di fare presto, prima che crolli per incuria o calamità varie.

Francesca Canino

Giornalista

Cosenza