“I custodi oggi hanno in media 56 anni, la mia età. Sovente vengono da altri mondi, ricollocati da noi dopo il fallimento di grosse aziende. Sopperiscono alla mancanza di una preparazione

specifica con l’entusiasmo”. Il ministro dei Beni culturali parla alla platea della sala Buzzati del Corriere della Sera durante la terza tappa de “Il Bello dell’Italia”. Alberto Bonisoli parla di molto. Anche di musei. Soprattutto di custodi. Del personale addetto alla vigilanza e all’accoglienza, insomma. Almeno finora. Già, perché il ministro è più che probabile che pensi ad altro. Infatti aggiunge: “So che litigherò con i sindacati: ma i prossimi custodi museali li voglio tutti laureati, a conoscenza di almeno una lingua e in grado di dare importanza alla narrazione di una visita”.

Niente più personale seduto su una sedia, all’angolo di una sala. Magari a passare il tempo con lo smartphone. Oppure in biglietteria, in attesa di nuovi visitatori. Con il quotidiano tra le mani. Via la polvere da divise sgualcite, quando ci sono. Avanti con le nuove leve. Pratiche delle lingue straniere e con una preparazione di base elevata. Naturalmente con conoscenze specifiche, certificate. Per i musei multifunzione ai quali siamo stati abituati dagli ultimi anni di dissennate politiche culturali non si può pensare ad altro che a personale quantomeno laureato.

Bonisoli ne parla come di un’innovazione. Come di uno straordinario segnale di crescita. Ma in molti casi già è così. Da anni, peraltro. Accanto agli ultracinquantenni con qualifiche inadeguate, non di rado ricollocati, ci sono loro. Almeno il 90% dei 397 assistenti all’accoglienza che il Mibact ha assunto a settembre 2010 – per ovviare alla esiguità degli organici nei siti archeologici, nei musei, negli archivi e nelle biblioteche – era laureato. Soprattutto archeologi e storici dell’arte che proprio in virtù dei loro titoli hanno superato i semplici diplomati.

Per guadagnare 19.372 euro lordi l’anno, la pattuglia dei 397 neo-assunti ha dovuto superare un pre-esame con cento quiz di cultura generale, uno scritto con 12 domande, anche di diritto, e una prova orale legata alla branca prescelta, ma anche di inglese e informatica. Una delle vincitrici ha raccontato a La Repubblica che “nel Lazio ci siamo sentiti chiedere cosa è raffigurato nella tomba del barone di Tarquinia o gli influssi dell’arte micenea in riva al Tevere”. Insomma domande per specialisti più che per custodi. Ancora prima, nel 2010, molti dei bigliettai e guardia sala dei musei civici veneziani erano archeologi, letterati e storici. Anche loro specializzati. Anche loro al lavoro al posto dei diplomati.

Di casi analoghi ne esistono tanti altri. Ovunque in Italia. Anche più recentemente. Sono in molti che, fallito il sogno di fare ricerca, cercano una sistemazione. Nel settore per il quale hanno impegnato anni e risorse, anche se in una posizione più modesta rispetto a quella sognata.
Insomma quel che Bonisoli racconta come un miglioramento dell’offerta ha tutto l’aspetto di essere nella realtà il tentativo di risoluzione di un problema annoso. Anzi di un duplice problema. Provare a sistemare l’esercito di laureati in Beni culturali rimasti al palo e contemporaneamente rimpinguare il numero dei custodi.

Nel 2010 Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali, sottolineava da un lato “la difficoltà dei semplici diplomati nell’affrontare quiz ed esami duri”, dall’altro quella dei “laureati che, a causa della disoccupazione, si riversano su tutti i posti possibili”. A distanza di otto anni nulla è cambiato. I problemi sono sempre lì, irrisolti. Di lavoro ce n’è poco, nei Beni culturali ancora meno.

 

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