Il recentissimo bando per la posizione di Direttore Scientifico del “Museo Diffuso Empolese Valdelsa” testimonia in maniera esemplare quale sia la considerazione che la nostra classe politico-amministrativa ha nei confronti dei professionisti dei beni culturali.
L’iniziativa parte dagli 11 Comuni toscani della stessa area geografica che hanno aderito al sistema “Museo Diffuso Empolese Valdelsa” costituito da 20 (dicasi 20) istituzioni museali, le

più diverse per tipologia e storia: si va da Casa Boccaccio al Museo del chiodo a Certaldo, dal Museo Benozzo Gozzoli di Castelfiorentino, al Museo della Vite e del Vino di Montespertoli.
Poliedrico sul versante delle competenze storiche / storico-artistiche /demoetnoantropologiche, tanto da garantire – come recita il bando – “il coordinamento della rete di relazioni a livello sovralocale in ambito scientifico e accademico, con relativa contestualizzazione dei programmi aventi ad oggetto interessi trasversali ai musei e alle discipline oggetto degli studi internazionali, nazionali, regionali e locali”, il professionista selezionato oltre al “coordinamento dell’attività culturale, divulgativa, didattica e espositiva”, si dovrà far carico – ça va sans dire – della “programmazione delle attività e del calendario delle iniziative del Sistema Museale, e della “progettazione scientifica e culturale”.
Immancabili, poi, le competenze per quanto riguarda “la progettazione finalizzata al fund raising in ambito pubblico e privato”, così come si conviene, di questi tempi, ad un qualsiasi Direttore di Museo in Italia.
Va da sé, infine, che ai candidati sia richiesta anche “la presentazione della propria idea progettuale incentrata sulle strategie di sviluppo della politica culturale del Sistema Museale Museo Diffuso Empolese Valdelsa in termini di ipotesi di integrazione delle attività museali e delle possibili strategie di divulgazione culturale.”
Ebbene, a fronte di tali compiti, il compenso proposto, su base annuale – lorda – è di 12.000 (dodicimila) euro: 600 euro – comprensivi di IVA e contributi e con imposte a proprio carico – all’anno per ogni museo.
Circa un mese fa, a Roma, è stato presentato il PLaC – Patto per il lavoro culturale, un manifesto promosso dagli studenti della Rete della Conoscenza e cui aderisce Emergenza Cultura, per denunciare lo sfruttamento del lavoro culturale.
Ancora una volta – come già il Mibact, il Quirinale, le Università, il CNR, con i loro bandi per tirocinanti-schiavi o per lavori volontari – un’amministrazione pubblica offre un lavoro – di altissima specializzazione – a condizioni molto al di sotto della dignità professionale.
Accade ormai sempre più spesso nell’ambito dei beni culturali, a ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, come si tratti di una professione totalmente delegittimata agli occhi di chi ci governa e ci amministra: a tutte le latitudini.
Emergenza Cultura oltre a denunciare lo specifico atto amministrativo, richiedendone l’immediato annullamento, torna a sottolineare l’importanza di una lotta comune ed allargata per la ricostruzione di un sistema di tutele professionali nell’ambito dei beni culturali.
La prima tutela per la salvezza del nostro patrimonio è quella legata alla dignità del lavoro e al suo riconoscimento economico e sociale.

14 Marzo 2017