INTERVISTA DI CESARE SUGHI A VITTORIO EMILIANI

E’ un amarcord di affetti familiari. Di infanzia e formazione, di sogni e studi, di giochi e di guerra, di luoghi e di bellezza, di aspirazioni e di primi amori. Un fratello, Vittorio Emiliani 85 anni,

celebre giornalista e scrittore, già inviato del ‘Giorno’ e direttore del ‘Messaggero’, che racconta il fratello famoso, Andrea, più vecchio di lui di quasi quattro anni, scomparso il 25 marzo del 2019, storico dell’arte e protagonista, dagli uffici di via Belle Arti dell’irripetibile stagione dei beni culturali e della loro politica. Il ritratto è in un libro di oltre 200 pagine,’Dalla finestra vedeva Raffaello. Andrea Emiliani, una vita per il Bel Paese’ (editore Carta Bianca) per il quale, in vista della ricorrenza del primo anno dalla morte, si annuncia già una presentazione all’Accademia delle Scienze per il 27 febbraio. «Mio fratello», spiega subito l’autore, «è stato per 47 anni al servizio dello stato, prima come braccio destro dell’allora soprintendente Cesare Gnudi, poi dopo il suo pensionamento come nuovo soprintendente lui stesso e direttore della pinacoteca.Io ho voluto esprimere la mia gratitudine per quello che mi ha insegnato e per gli artisti e i personaggi che mi ha fatto conoscere. Le nostre vite sono sempre state collegate da un filo strettissimo.
Che cosa c’entra il Raffaello del titolo?
«Il libro comincia con l’arrivo della nostra famiglia a Urbino, nel 1939, mio padre Nicola era stato trasferito lì da Predappio, dove siamo nati e dove lui, era segretario comunale, così poco gradito al fascismo che venne trasferito d’autorità. A Urbino abitavamo davanti al Palazzo Ducale, giocavamo nelle sue sale stupende, e così si formò la vocazione di Andrea per l’arte. Lui è stato lo scienziato di casa, io ho fatto il divulgatore. Raffaello, con a sua lettera sul patrimonio artistico a papa Leone X, fu il capostipite dei soprintendenti, come sosteneva mio fratello».
Che bambino era Andrea?
«Un capobanda senza aggressività. Svolgeva seriamente il suo compito di fratello maggiore, accettò di insegnarmi ad andare in bici salvo poi stancarsi presto. Aveva una straordinaria abilità manuale, da artigiano, soprattutto con il legno, ed era un pozzo di idee. Costruiva i biroccini con cui ci si buttava giù dai tornanti del Pincio, e un’altra sua specialità erano gli aquiloni».
Uno scenario da favola…
«Ma erano anche anni duri, la guerra, la minaccia continua dei tedeschi fino alla liberazione di Urbino, il 27 agosto del ’44. Ricordo che una volta Andrea rischiò grosso per avere rubato un po’ di cibo».
Come fu l’arrivo a Bologna?
«Prima c’è lo spostamento da Urbino a Copparo, nella Bassa Ferrarese,una terra da Far West come ripeteva mio fratello. Lui non si dava pace per quell’abbandono, fu una ferita amarissima, andava a Ferrara con il treno per frequentare il liceo classico Ariosto, appena potevamo tornavamo a Urbino. Bologna nella sua e nella nostra vita compare solo nel 1950, con l’iscrizione di Andrea 19enne a Lettere, corso di storia dell’arte».
E chi trovò all’università?
«Cercò subito Roberto Longhi, che si era appena trasferito a Firenze. All’istituto di storia dell’arte avvenne tuttavia uno degli incontri decisivi per mio fratello, quello con Francesco Arcangeli, che nel 1953 lo presentò al soprintendente Gnudi, che cercava un giovane aiutante, soprattutto per battere a macchina. Andrea ci provò e non se ne andò più. Insegnò all’università, fu tra i promotori del Dams, ma ripeteva che la suggestione intellettuale e umana di Gnudi, oppositore militante del regime fascista, era irresistibile».
Furono loro due gli amici veri di Andrea?
«Mio fratello fu sempre riservato, affabile nei modi, quasi paterno, contrario ad apparire. Con Arcangeli e Gnudi l’amicizia fu profonda, ma i suoi legami si allargarono presto, Ezio Raimondi, Luciano Anceschi, Carlo Volpe, e in particolare Pier Luigi Cervellati, portabandiera del recupero urbanistico della città, e il poeta GiuseppeGuglielmi, entrambi con lui nella creazione, era il 1974, dell’Istituto Beni Culturali voluto dal presidente della Regione Fanti, un fatto cruciale che dettò i concetti di tutela e patrimonio per tutta l’Italia. Era una Bologna povera, ma ricca di maestri».
Suo fratello fu anche un instancabile organizzatore di mostre…
«Rilanciò le Biennali d’arte antica, in principio ci sono le Biennali d’arte antica ideate da Gnudi, come la mostra su su Guido Reni del ’54 e la successiva sui Carracci del ’56. Andrea ha seguito la lezione di Gnudi, che vedeva nelle soprintendenze e nelle pinacoteche dei luoghi di grandi esposizioni, non dei centri puramente accademici. Nel 1975, all’Archeologico,fu la volta della mostra di uno dei pittori cui mio fratello dedicò tutta l’esistenza, il cinquecentesco urbinate Federico Barocci.
Lei passò a Bologna, come inviato, molti mesi del 1977. Che cosa provò Andrea davanti alla rivolta?
«Era sempre portato in tutto ad ascoltare più che a esprimere giudizi irreversibili. Questo era il suo stile. Certo si arrabbiava anche lui, inorridiva davanti alle ultime riforme delle soprintendenze e all’invasione delle mostre chiavi in mano,della spettacolarizzazione dell’arte».
Il museo e il territorio, inscindibili, restano la grande eredità di Andrea Emiliani, come le campagne fotografiche condotte con Paolo Monti. Riservato, gran lavoratore, ben noto all’estero (da John Pope-Hennessy a Sidney Friedborg all’habitué bolognese sir Denis Mahon, nomi aurei della critica e dei musei) Andrea ebbe le sue passioni comuni, i motori per esempio, da romagnolo. Vittorio lo rivede su una Benelli 125, e poi alla guida della Giulietta Sprint comprata dall’antiquario Giorgio Balboni, che portava a Grizzana un Morandi ossessivamente timoroso della velocità eccessiva. Andrea Emiliani com’era dall’album del fratello minore? Buona lettura.

 

Il Resto del Carlino il 7 febbraio 2020